Un impianto automobilistico della BMW. Foto dell’UK Department for Business, via Flickr

USA vs Mexico

Trump minaccia le aziende d’auto
di Marco Dell’Aguzzo

Qualche giorno fa Donald Trump scriveva così sul suo profilo Twitter: «Essere in buoni rapporti con la Russia è una cosa positiva, non negativa. Solo gli stupidi, o gli sciocchi, possono pensare che sia un male. Abbiamo abbastanza problemi nel mondo senza [doverne creare] ancora un altro». Un pensiero condivisibile ma poco credibile, visto che ad esprimerlo è stata una persona che ha passato una intera campagna elettorale a minacciare di distruggere proprio i «buoni rapporti» tra gli Stati Uniti e il resto del Nordamerica (Canada e Messico) o tra gli Stati Uniti e il Giappone, e a creare problemi attaccando ripetutamente la Cina.

“The Donald” non ha ancora formalmente assunto l’incarico di presidente, ma ha già iniziato a preparare il terreno alla sua politica economica che gli esperti hanno soprannominato Trumponomics. Dall’attivissimo profilo Twitter la scorsa settimana Trump ha ad esempio minacciato alcune aziende che producono autoveicoli – le statunitensi Ford e General Motors e la giapponese Toyota Motor – con «alti dazi doganali» nel caso decidessero di aprire degli stabilimenti in Messico. Dettagli sull’entità di questi dazi non sono stati forniti, e Reuters ricorda che Trump non ha il potere di imporre direttamente delle tasse alle aziende (è prerogativa della Camera dei rappresentanti e del Dipartimento del Tesoro); ciononostante, lo spettro delle tariffe punitive ha già convinto la Ford ad annullare la costruzione di un impianto automobilistico nello stato messicano di San Luis Potosí, e anche la Fiat Chrysler di Sergio Marchionne starebbe valutando di chiudere le fabbriche in Messico nel caso i dazi rendessero economicamente sconveniente assemblare autoveicoli in territorio messicano.

Si profilano tempi incerti, dunque, per gli imprenditori americani ma soprattutto per il Messico, la cui strettissima dipendenza dall’Accordo nordamericano per il libero scambio (NAFTA), che Trump vorrebbe abbandonare, è peraltro ben nota. Proprio sul NAFTA e sul mercato nordamericano poggia l’economia messicana, e stati come quello di San Luis Potosí – dove la Ford ha rinunciato ad investire – dipendono per un buon 70% dall’industria automobilistica. Più in generale, dal 1994 (anno dell’entrata in vigore del NAFTA) il settore automobilistico rappresenta, con le sue contraddizioni, uno dei cardini dell’economia messicana: è il settore dove si concentrano maggiormente gli investimenti statunitensi, e lo scorso anno il Messico ha prodotto più di 3,22 milioni di automobili e ne ha esportate 2,55 milioni, con un 77% dell’export diretto negli USA. Una parte consistente di questa percentuale – circa il 40% secondo Jorge Guajardo, ex-ambasciatore messicano in Cina – è formata da prodotti statunitensi che rientrano in patria dopo essere stati lavorati in Messico. Il NAFTA, del resto, fissa al 62,5% la quota minima di produzione interna per le automobili e al 60% quella per i componenti.

Grazie al NAFTA, che prevede la libera circolazione di merci e capitali in tutto il Nordamerica, le industrie statunitensi possono dislocare l’assemblaggio degli autoveicoli in Messico, approfittando del basso costo della manodopera, e reimportare i prodotti finiti negli Stati Uniti senza costi. Gli Stati Uniti dipendono però, a loro volta, dal Messico per poter essere competitivi sul mercato globale: le automobili assemblate in Messico, scrive il Guardian, costerebbero circa 3.000 dollari in meno di quelle assemblate negli USA. Un operaio messicano guadagna inoltre circa 8 dollari l’ora, contro i 60 dollari che, tra stipendio e indennità, le aziende spendono per uno americano.

«Questo è solo l’inizio», ha commentato Donald Trump dopo la decisione di Ford. Molto altro seguirà senz’altro. Ma considerato quanto stretto sia il legame commerciale tra Messico e Stati Uniti – il Messico è del resto il secondo più grande mercato per l’export statunitense, con un interscambio commerciale giornaliero pari a circa un miliardo di dollari –, è probabile che il deterioramento dei rapporti tra i due paesi non farà dei messicani gli unici sconfitti.

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