Un soldato del Free Syrian Army passeggia per Aleppo. Foto di Scott Bobb, via Wikimedia Commons, 2012.

Già si assiste al “ricollocamento” degli sciiti sui sunniti

Siria: l’agonia di Aleppo
di Diego Grazioli

Le vittorie non sono tutte uguali, soprattutto quando si ottengono ai danni del proprio popolo. È quello che è successo ad Aleppo, città martire caduta nelle mani delle forze lealiste dopo quattro anni di assedio ed un numero altissimo di vittime e di profughi. Una battaglia senza quartiere che ha visto confrontarsi l’esercito del presidente Assad, appoggiato dai soldati di Mosca e dalle milizie sciite iraniane e libanesi, ed il fronte sunnita, composto dagli uomini del Free Syrian Army e da tutta la galassia delle forze di opposizione, molte delle quali foraggiate da Turchia e dagli stati del Golfo.
Uno scontro fratricida, con in palio non solo la seconda città della Siria ma il controllo stesso di tutta la regione settentrionale, indispensabile per l’unità nazionale siriana.
L’eventuale vittoria dei ribelli infatti avrebbe inevitabilmente portato alla deflagrazione del paese in aree di influenza dominate dalle etnie maggioritarie sul territorio: i sunniti a nord e gli alauiti ad ovest con Damasco destinata a diventare il prossimo campo di battaglia. Invece la tenacia delle truppe governative ed il fondamentale appoggio di Mosca hanno ribaltato una situazione che solo un anno fa sembrava segnata per le forze del regime.
La strategia che ha portato alla caduta di Aleppo è la stessa usata dall’esercito russo per riconquistare la capitale cecena Grozny nei primi anni Novanta: bombardamenti indiscriminati anche sui quartieri densamente abitati e utilizzo di unità speciali pronte a bonificare le zone appena colpite dall’artiglieria. Una tattica vincente ma responsabile di un numero altissimo di vittime e di fiumi di profughi destinati per lungo tempo a non rivedere più la propria terra d’origine.
In attesa infatti che le ultime enclave ancora controllate dai ribelli cadano definitivamente nelle mani di Assad, nei quartieri appena riconquistati già si assiste al “ricollocamento” di famiglie sciite, molte delle quali provenienti dal sud del Libano, ai danni degli storici proprietari di etnia sunnita. Una pulizia etnica che ricorda quello che è avvenuto nel corso della guerra nella ex-Yugoslavia, un tempo crogiolo multietnico scissasi poi in nazioni contraddistinte da un’antistorica omogeneità religiosa
Certo, il monopolio del terrore etnico non è solo prerogativa delle forze governative, che essendo dominate dalla componente alauita garantiscono inevitabilmente la sopravvivenza di altre fedi religiose, in primis quella cristiana che in Siria conta circa il 10% della popolazione. Anche i territori caduti in questi anni di guerra civile nelle mani dei ribelli hanno assistito alla cacciata della popolazione di fede diversa da quella delle unità combattenti. In queste ore, mentre sono ancora in corso le operazioni di evacuazione degli abitanti della parte orientale di Aleppo, nella regione di Idlib, a pochi chilometri dalla martoriata città del nord della Siria, si assiste al fenomeno contrario: i sunniti dominanti sul territorio stanno praticando la politica della terra bruciata ai danni degli abitanti di fede sciita.
Una triste legge del contrappasso destinata a fare della Siria una nazione a macchia di leopardo dove la legge del più forte non lascia spazio al più debole. Un drammatico refrain che si ripropone in ogni guerra civile, soprattutto quando la nazione dilaniata ha una storia antica di sovrapposizione etnica.

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