Fidel Castro a L’Avana nel 1978. Foto di Marcelo Montecino, Flickr.

Cuba: la tragedia di un popolo dimenticata per troppo tempo

Non piango la morte di Fidel
di Antonello Cannarozzo

Quando venne ammainata la bandiera dell'ormai logora Unione Sovietica, dalle mura del Cremlino, ci furono grandi manifestazione di piazza e tra i tanti cartelli innalzati dalla folla colpì uno in particolare che, parafrasando uno slogan comunista, tradotto si leggeva: "Settant'anni in marcia verso il nulla". Con questa frase possiamo definire oggi, con la morte di Fidel Castro, la Rivoluzione cubana.
Una storia tragica che ha segnato la seconda metà del '900 fatta di guerre e di rivoluzioni fallite e di quest'ultime il 'Leader Maximo' ne è stato il capo indiscusso.
Per decenni, da quel lontano 1959, dopo la sconfitta del dittatore Fulgencio Batista, Cuba ha vissuto il periodo più buio della sua storia fatta di violenza, fallimenti e fame eppure, nonostante la tragedia vissuta dal popolo cubano, per molti giovani nel mondo, fino ad oggi ha rappresentato qualcosa di grande, oserei dire immaginifico, di un sogno che si realizzava.
Una piccola isola, questo era lo slogan, aveva saputo tener testa niente meno agli Stati Uniti d'America ed al capitalismo in genere, dimenticando però gli equilibri della Guerra Fredda e il ruolo dominante dei sovietici in tutta l'area.
Altro elemento collante del regime è stato, fino ai recenti accordi con Obama, il durissimo embargo degli americani imposto fin dal 1962 che, secondo il regime, ha portato allo stremo la nazione, dimenticando anche in questo caso che per trent'anni l'isola è stata mantenuta letteralmente dai sovietici, scambiando con il Patto di Varsavia zucchero con aiuti di tutti i generi: dalle lattine di fagioli per i soldati, alla meccanica e ad ogni altro genere di prodotto e di sostentamento, con la conseguente eliminazione di una propria economia produttiva e facendo fallire di fatto anche la coltivazione della canna da zucchero, da sempre il fiore all'occhiello di Cuba.
Bisogna aggiungere a questa vulgata delle sanzioni che l'Europa, allora chiamata occidentale, ieri come oggi, trafficava tranquillamente con Castro, quindi non solo gli anti castristi, ma anche osservatori economici, hanno potuto affermare che una miseria così accentuata nasce solo in parte dall'embargo americano, la vera responsabilità del fallimento risiede in un sistema economico cubano centralista e autoritario senza alcuna possibilità per l'iniziativa che ha ridotto se non addirittura distrutto le risorse dell'isola.
L'unica "produzione" sempre attiva sull'isola sono stati i prigionieri politici, oltre mezzo milione, ai tempi del "feroce" dittatore Batista nelle carceri c'erano poco meno di duemila oppositori al regime, a questi dati già drammatici vanno aggiunti quasi mille persone ufficialmente condannate alla pena capitale, le migliaia di morti torturati nelle patrie galere e i milioni di esuli, cifre che secondo le varie agenzie internazionali come Amnesty sono in difetto, il tributo del popolo cubano è stato molto più alto.
A tutto questo va aggiunto anche la distruzione del tessuto sociale e culturale di un Paese profondamente cristiano con 1200 sacerdoti massacrati, centinaia di chiese e luoghi di culto distrutti o espropriati, divieto di professare pubblicamente la propria fede, nonostante che la Chiesa locale avesse solidarizzato con la rivoluzione fin nei primi tempi, come il vescovo Enrique Pèrez Serante, cui Castro dovette la sua salvezza dopo una missione fallita.
Una repressione ancora viva nonostante le sedicenti aperture del governo verso la Chiesa. Durante la visita di Bergoglio, lo scorso anno a L'Avana, ci furono le schedature dei semplici fedeli, come riportato da numerosi organi di stampa, che volevano partecipare agli incontri con il Pontefice e molti furono messi addirittura in stato di fermo, perché sospettati di essere contro il regime.
Se il dittatore fosse passato a miglior vita appena vent'anni fa con una sinistra forte, ideologizzata e priva di buonsenso, avremmo avuto 'lenzuolate' nei giornali, anche borghesi, proni alla rivoluzione cubana e apparecchiati ad esaltare, oltre ogni decenza, questo dittatore, ripetendo i soliti slogan e accusando di ignoranza, d'imbroglio, di fascismo e complottismo chi avesse solo avuto l'ardire di dire la verità sull'isola caraibica, glissando sempre, come hanno fatto per decenni, non solo l'evidente povertà della popolazione, ma anche le lotte interne fratricide che hanno visto scannarsi, come ai tempi della Rivoluzione francese, tutti i suoi artefici lasciando però ben saldo, grazie al terrore, solo Fidel e la sua onnipresente famiglia.
Un esempio di questa lotta fu certamente la figura di Che Guevara.
Per Fidel era diventato un nemico grazie alla sua popolarità tra i cubani tale da fargli ombra e questo per un uomo presuntuoso come lui era troppo.
L'obiettivo di Castro era liberarsi del "Che" e per questo non fece assolutamente nulla per aiutarlo durante la guerriglia in Bolivia, anzi si parlò molto di una delazione proprio verso le autorità boliviane di dove il guerrigliero stava combattendo, per poi tributargli grandi onori, ma al suo funerale.
Un piccolo episodio ormai dimenticato può illuminare sul periodo che abbiamo trascorso e riguarda un celebre poeta, Heberto Padilla.
Rivoluzionario della prima ora, fu arrestato nel 1970 per la sua coraggiosa lotta contro lo strapotere dei Castro.
Davanti a questa grossolana ingiustizia, il noto compositore Luigi Nono, pur essendo di sinistra, scrisse una lettera di protesta contro questa carcerazione da pubblicare sull'Unità. Aldo Tortorella, allora il direttore responsabile, si rifiutò, nonostante le proteste di Nono di pubblicarla, denunciando il testo come documento controrivoluzionario.
Lo stesso destino di ostracismo e di accuse di venduta al capitalismo fu dato anche alla sorella Junita Castro che fuggendo dall'isola svelò tutte le meschinità dei fratelli e del loro regime fatto di miseria e di paura.
Oggi, per fortuna le cose sono differenti, pur riconoscendogli ancora dei meriti, apertamente, anche da ambienti storicamente e politicamente vicini da sempre alla rivoluzione e al castrismo negli anni passati, si parla del fallimento della Rivoluzione cubana senza reticenza.
Mi ha colpito in proposito una frase pronunciata in un talk show in merito a chi affermava i grandi successi almeno nell'istruzione, è stato risposto dove non c'è libertà non ci può essere vera istruzione.
Una sintesi che dice tutto sulle verità del regime di Fidel Castro.
Oggi sembra che per la piccola isola tutto stia cambiando, dopo le aperture di Obama, ma non bisogna farsi illusioni gli interessi non solo politici, ma anche economici della famiglia Castro sono ingenti e difficilmente li lasceranno al loro tanto "amato" popolo.

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