Countryside near Ngaoundal in Cameroon's Adamawa Region. CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=229753

Cooperazione militare internazionale

West Africa: vince il multilaterale
di Giorgio Castore

Numerosi sono gli interrogativi su quale politica estera il Presidente eletto gli USA vorrà adottare nel suo mandato, a cominciare dalla scelta del Segretario di Stato per finire ai moltissimi dossier aperti.
La gerarchia delle sue scelte strategiche dovrebbe cominciare a delinearsi gradatamente con successivi aggiustamenti anche per tenere conto delle ricadute che provocherà sull’opinione pubblica degli States e sui paesi legati agli USA. Nei primissimi passi, sulle alleanze, apparentemente quella gerarchia continua secondo lo stesso schema della presidenza Obama: nel primo “girone” è lecito ipotizzare la presenza degli USA e del Regno Unito; nel secondo Canada, Australia, e Nuova Zelanda si aggiungono ai primi due paesi.
E l’Italia? E’ certamente lontana dai primi “gironi”!

Africa francofona. Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1359464

Comunque, mentre il risultato del nostro referendum sulle riforme costituzionali, che conosceremo il prossimo 5 dicembre, non sembra, secondo alcuni, destinato a ripercussioni politiche stravolgenti immediate, qualsiasi sia il risultato, le prossime elezioni legislative francesi (aprile – maggio 2017), col ballottaggio tra Fillon e Juppé per la scelta del candidato di centrodestra, conquistano il primo piano dell’informazione, non solo per le ricadute sulle politiche nazionali, ma anche per quelle sulla politica estera.
Tra queste ultime, per quanto considerate, a torto, meno importanti, possiamo iscrivere quelle nei confronti dei paesi africani francofoni, i cui riflessi sulla lotta al terrorismo crescono di importanza. Non si tratta soltanto di una politica estera francese meramente post colonialista di protezione degli interessi economici francesi per l’approvvigionamento delle materie prime, come nel caso dei giacimenti di uranio in Niger, le cui estrazioni costituiscono un terzo del fabbisogno francese, bensì di un impegno oneroso su larga scala, che fu ridotto sotto la presidenza Sarkozy, ma poi ampliato con la successiva presidenza Hollande, anche per contrastare l’espansionismo USA in quei territori, cresciuto negli anni dei due mandati di Obama.
In gioco, per la Francia post elezioni, vi sarà anche la politica di accoglienza dei flussi di migranti dal continente africano verso l’Europa in generale e la Francia in particolare.
La strategia suggerita dall’Italia, per diminuire i flussi migratori provenienti dai paesi africani e nominalmente accettata dalla UE per creare condizioni di vita accettabili nei paesi di provenienza dei migranti, può essere rifiutata in blocco, o dichiarata condivisa e poi non attuata, oppure dichiarata condivisa ed attuata.
Rispetto al concetto di “accettabilità delle condizioni di vita” i paesi africani non sono tutti uguali: il rischio terrorismo in quei paesi è tra i primi, se non il primo, fattori da cui dipendono le condizioni di vita. L’eliminazione di tale rischio costituisce il primo passo per la creazione delle condizioni per rendere credibile l’inversione di tendenza ed il controllo dei flussi migratori dai paesi africani.
L’esperienza realizzata in proposito in Camerun costituisce un esempio da tenere ben presente.
Il Camerun si è trovato coinvolto nella tragedia sorta in Nigeria ad opera della setta chiamata Boko Haram che, a partire dal 2010, ha insanguinato prima il nordest della Nigeria per poi espandersi a partire dal 2013 nei territori confinanti di Niger, Ciad e Camerun. Un conflitto che ha già causato 1.500 morti, e ha portato a 155.000 sfollati e 73.000 profughi. Anche se i primi attacchi si sono verificati nel marzo 2014, la presenza del gruppo jihadista nella regione Far North del Camerun risale almeno al 2011.
La lotta per debellare l’attività terroristica ha gradatamente superato gli ostacoli più difficili, come le pregresse crisi di rapporti tra paesi confinanti, così il ricorso ad attività militari multilaterali sostenute da accordi nell’ambito dell’Unione Africana con la cooperazione di forze armate dei quattro paesi confinanti ha avuto ragione di antichi e radicati conflitti.
La scommessa sul multilateralismo, dunque, può essere vinta, ma per vincerla bisogna affrontarla. Ripiegare sull’esaltazione degli stati-nazione che sta coinvolgendo i paesi UE e la nuova amministrazione USA non ci porta in quella direzione.

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