Southern aerial view of the Temple Mount, Al-Aqsa Mosque in the Old City of Jerusalem. Andrew Shiva / Wikipedia

“Palestina Occupata”: scontro tra Unesco e Israele

La contesa di Gerusalemme
di Giovanni Capozzolo

L’umiliazione peggiore per una comunità, un popolo, nonché per un’intera identità nazionale-religiosa, è la distruzione del proprio passato, la distruzione di ciò che è stato e di ciò che rappresenta la propria storia. Il Novecento, il secolo dei totalitarismi, ha partorito innumerevoli fenomeni di roghi del “Passato”: dalle barbarie del nazifascismo all’orrore delle rivoluzioni culturali dei comunismi. Ad oggi, le immagini di sterminio delle tracce storiche passano attraverso le gesta dello Stato Islamico con le decapitazioni dei siti culturali in Iraq e in Siria.
Ciò nonostante non mancano situazioni analoghe, con strumenti diversi, di cancellazioni del proprio passato; come sta avvenendo nel drammatico conflitto israelo-palestinese per la contesa dei luoghi sacri delle religioni monoteiste.
L’Unesco – agenzia dell’Onu per l’educazione la scienza e la cultura – con la risoluzione sulla “Palestina Occupata” del 13 Ottobre ha lanciato un messaggio chiaro a Israele, per il riconoscimento dello Stato Palestinese con Gerusalemme est inclusi i luoghi santi cristiani e musulmani.
La risoluzione dell’Unesco ha avuto il seguente responso:

Voti favorevoli: Algeria, Bangladesh, Brasile, Ciad, Cina, Repubblica Dominicana, Egitto, Iran, Libano, Malesia, Marocco, Mauritius, Messico, Mozambico, Nicaragua, Nigeria, Oman, Pakistan, Qatar, Russia, Senegal, Sud Africa , Sudan e Vietnam;
Voti contrari: Estonia, Germania, Lituania, Paesi Bassi, Regno Unito e Stati Uniti;
Voti astenuti: Albania, Argentina, Camerun, El Salvador, Francia, Ghana, Grecia, Guinea, Haiti, India, Italia, Costa d'Avorio, Giappone, Kenya, Nepal, Paraguay, Saint Vincent e Nevis, Slovenia, Corea del Sud, Spagna, Sri . Lanka, Sweden, Togo, Trinidad e Tobago, Uganda e Ucraina. Assente erano: la Serbia e il Turkmenistan.

Il testo sulla “Palestina Occupata” è stato presentato dai paesi arabi firmatari – Palestina, Egitto, Algeria, Marocco, Libano, Oman, Qatar e Sudan – per tutelare il patrimonio culturale della Palestina e per difendere il carattere distintivo di Gerusalemme Est. All’interno del testo sono evidenti le responsabilità di Israele; condannando fermamente le crescenti aggressioni israeliane e le misure illegali contro la libertà di culto e di accesso dei musulmani, in particolare al sito di Al-Aqsa / Al-Haram al-Sharif: noto per il culto ebraico come il Monte del Tempio, per il culto musulmano la Spianata delle Moschee.
Uno dei luoghi più sacri del mondo, il Monte del Tempio, il terzo luogo più sacro dell’Islam, è gestito da un precario status quo dal 1967: la Giordania continua ad amministrare la Spianata, ma Israele controlla tutti gli accessi. Infatti il testo dell’Unesco denuncia, proprio, le incursioni sulla Spianata e le restrizioni imposte ai fedeli di religione musulmana.
I pesanti capi d’accusa rivolti allo stato d’Israele hanno spinto il presidente Netanyahu a chiudere i rapporti con l’Unesco. Il ministro dell’istruzione dello stato ebraico, Naftali Bennet, ha accusato l’Unesco di fornire “supporto al terrorismo islamico”, annunciando la sospensione di ogni attività con l’Unesco. Dall’altra parte le autorità israeliane accusano l’ente dell’Onu di cancellare il volto storico del culto ebraico, appellandosi al fatto che la risoluzione descrive i luoghi sacri in questione soltanto con termini arabi.
Immediata la reazione della direttrice dell’Unesco, Irina Bokova. Con una nota da Parigi la direttrice ha richiamato le autorità d’Israele, definendo la città di Gerusalemme: “indivisibile; dove ognuna delle sue comunità ha diritto all'esplicito riconoscimento della sua storia e del suo legame con la città. Negare, nascondere o voler cancellare una o l'altra delle tradizioni ebraica, cristiana o musulmana significa mettere in pericolo l'integrità del sito, contro i motivi che giustificarono la sua iscrizione nella lista del patrimonio mondiale".
Il conflitto israelo-palestinese, madre di tutta l’instabilità della regione mediorientale, continua ad imporre un regime di odio che rischia di cancellare il patrimonio storico di entrambi le parti: fenomeno ben noto durante il Novecento.

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