http://www.tccb.gov.tr/en/news/542/38606/president-erdogan-receives-us-vice-president-biden.html

La calda estate della Turchia
di Diego Grazioli

Sono passati quasi due mesi dalla notte del fallito golpe contro il Presidente Erdogan e la Turchia sta scivolando sempre più in uno stato di conflitto permanente.
Le epurazioni messe in atto dalla leadership dell'AKP hanno decapitato i vertici delle forze armate, della magistratura e dell'informazione non allineata. Un giro di vite che ha colpito i presunti affiliati alla confraternita denominata Hizmet, "servizio", una rete che negli ultimi 20 anni ha piazzato i suoi uomini nelle più alte sfere dell'apparato statale, a capo della quale c'è l'ex imam Fetullah Gulen autoesiliatosi negli Stati Uniti.
Gulen, un tempo mentore ed alleato del Presidente Erdogan, è accusato di essere stato il vero promotore del tentato colpo di stato e sulla sua testa è in corso un braccio di ferro tra Ankara e Washington per la sua estradizione. Per normalizzare i rapporti tra l'amministrazione americana ed Erdogan si è recentemente recato in visita ufficiale in Turchia il vice presidente statunitense John Biden che ha ribadito l'importanza strategica di Ankara per gli assetti regionali, in una fase dominata da guerre e tensioni di vario genere.
Un viaggio che ha portato in dote ad Ankara il sostegno americano alla guerriglia che l'esercito della mezzaluna sta combattendo contro le milizie curde sempre più attive al confine tra la Siria e la Turchia. Negli ultimi tempi infatti le forze armate americane avevano stretto un'alleanza con le formazioni curde dell'YPG in funzione anti ISIS, un rapporto che ha profondamente irritato i vertici turchi, consapevoli che le conquiste curde in territorio siriano potrebbero costituire il nucleo di un entità statale da sempre vista come il male assoluto per la Turchia. Per questo nel vertice di Ankara tra Biden ed Erdogan il supporto ai curdi è stato sacrificato nel nome della normalizzazione dei rapporti tra Turchia e Stati Uniti, accusati di avere avuto un ruolo nel tentato golpe di metà luglio.
La decisione di Washington rappresenta una svolta radicale rispetto alla dottrina Obama di non intervento nella complicatissima vicenda del conflitto siriano, ad eccezione di sporadici bombardamenti nei confronti delle roccaforti dell'ISIS. Proprio il sedicente stato islamico sembra essere la vittima predestinata del nuovo risiko di alleanze che sta ridisegnando questa zona del vicino oriente.
Le formazioni islamiste hanno perso buona parte del territorio che avevano conquistato negli scorsi anni tra la Siria e l'Iraq, merito in parte dell'offensiva delle forze lealiste di Bashar al Assad supportate dall'esercito russo ma soprattutto del diverso atteggiamento dei suoi grandi sponsor regionali cioè Turchia ed Arabia Saudita che, dopo anni di connivenza, hanno deciso di tagliare i rifornimenti agli uomini del califfato. In quest'ottica si registra anche un riavvicinamento tra Erdogan ed il regime di Damasco, ritenuto dai vertici turchi molto meno pericoloso di uno stato islamico o peggio di una regione sotto il controllo delle milizie curde.

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