Victoria Peak panorama Hong Kong Kowloon at night 2011. Foto: chensiyuan

Il rebus di una intricatissima partita

Pechino chiama, Hong Kong non risponde
di Diego Grazioli

L'umidità che arriva dal mare si impossessa lentamente della notte di Hong Kong, avvolgendo le migliaia di cittadini scesi in piazza contro il governo centrale. Una protesta che dal 28 settembre sta scuotendo questo angolo di Cina, appartenuto per decenni alla corona britannica.
Proprio la transizione tra i due sistemi è la causa delle contestazioni cominciate da un manipolo di studenti e via via cresciute grazie alla partecipazione di una parte consistente della popolazione dell'ex isola-stato. Gli accordi tra Gran Bretagna e Repubblica popolare cinese del 1997 prevedevano infatti una transizione che avrebbe dovuto portare il paese a libere lezioni a suffragio universale da svolgersi nel 2017. Poi, a fine agosto, la decisione improvvisa di Pechino di voler selezionare i nomi dei candidati che avrebbero partecipato alla tornata elettorale. Una forma di censura che di fatto consentirebbe al governo centrale di pilotare i pretendenti più graditi escludendo invece le voci più critiche.
Una "scrematura" assolutamente inaccettabile per una società come quella di Hong Kong forgiata nello spirito dal modello delle democrazie occidentali: diritti, doveri e rispetto delle regole. Un'equazione difficilmente digeribile per lo stato totalitario cinese, abituato ad imporre ai propri cittadini le direttive dei vari comitati centrali. È su queste basi che si sta consumando lo scontro che sta infiammando le piazze dell'ex colonia. Una sfida che per ora è rimasta nell'alveo del rispetto reciproco ma che potrebbe degenerare con conseguenze di enorme impatto per tutta la Cina. Per questo l'atteggiamento delle forze dell'ordine, coordinate dal governatore filo cinese CY Leung, è stato finora improntato all'insegna della tolleranza e della comprensione.
Una tattica che potrebbe lasciare il posto da un momento all'altro alla repressione, che annegherebbe nel sangue le ragioni della protesta. Uno scenario paventato anche dal cardinale Joseph Zen che nelle ultime ore sta lavorando affinché si riesca a trovare un punto di incontro tra le parti, magari cominciando con l'instaurazione di un dialogo tra i principali attori della crisi, il governatore di Pechino ed i leader degli studenti e dei professori: Alex Chow e Benny Tai.
Tutto comunque rimane nelle mani del Presidente cinese Xi Jinping, rimasto finora silente ma pronto a imporre con la forza le regole dello stato totalitario. Secondo i commentatori internazionali è proprio l'atteggiamento dei vertici di Pechino il vero rebus di questa intricatissima partita. Probabilmente l'immobilismo delle autorità centrali è dovuto ad una lotta interna per la ripartizione del potere, con il Presidente impegnato ad eliminare alti membri della nomenclatura coinvolti in svariati episodi di corruzione. Per sapere il futuro di Hong Kong bisogna dunque prestare ascolto a quello che avviene nelle stanze del potere di Pechino.

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