Norbert Hofer [Foto di GüntherBilles - Opera propria (own photo), Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=5143435] e Alexander Van der Bellen [CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1262415]

Austria: l'era della paura
di Diego Grazioli

L'esito del primo turno delle elezioni presidenziali austriache svoltesi domenica scorsa, rischia di sconvolgere profondamente le architravi su cui di fonda l'Unione Europea, a cominciare dal trattato di Schengen sulla libera circolazione.
L'inaspettata affermazione di Norbert Hofer del Partito della Libertà, formazione di estrema destra con venature xenofobe, che con il 36% dei consensi ha sbaragliato sia il candidato cristiano-democratico Andreas Kohl fermo all'11% sia l'alfiere del Partito socialdemocratico Rudolf Hundstorfer votato da poco più dell'10% dell'elettorato, sancisce il definitivo superamento degli assetti politici che avevano governato l'Austria per oltre mezzo secolo.
A contendersi la poltrona più prestigiosa di Vienna sarà l'ex leader dei Verdi Alexander Van der Bellen, presentatosi in questa tornata elettorale da indipendente, che a sorpresa ha totalizzato il 20% delle preferenze. A questo punto e con questi risultati da qui al 22 maggio, giorno in cui è previsto il secondo turno delle elezioni presidenziali, sono due gli scenari di fronte all'elettorato austriaco: una persistente frammentazione del fronte "democratico" che consegnerebbe inevitabilmente la carica di Presidente della Repubblica al leader del Partito della Libertà, oppure una convergenza dei perdenti su Van der Bellen, ipotesi che scongiurerebbe la deriva a destra del paese culla della Mitteleuropa. Comunque vada lo schiaffo alla Grande Coalizione di centrosinistra che governa l'Austria dalle scorse elezioni politiche è di quelli destinati a segnare la storia.
D'altronde il momento topico che sta vivendo il vecchio continente, a causa della crisi economica e dell'inarrestabile flusso di migranti, in fuga dalle guerre del Medio-Oriente, cambia inevitabilmente il concetto di convivenza dei cittadini europei, soprattutto in quei paesi in cui lo stato sociale aveva garantito per decenni agli strati più indigenti della popolazione una vita dignitosa.
Non per nulla la maggioranza dei profughi vuole arrivare in Germania, in Austria o nelle nazioni scandinave, mentre quasi nessuno desidera fermarsi in Grecia e in Italia. Solo i paesi del centro e del nord Europa infatti possono garantire ai nuovi venuti un lavoro ed un'esistenza non precaria. Aspettative che però si scontrano con i fragili equilibri interni a ciascuna nazione. Gli Stati democratici d'Europa si fondano su delicati meccanismi di responsabilità e partecipazione che inevitabilmente verrebbero alterati dalle ondate di migranti che bussano alle proprie porte. Le elezioni presidenziali austriache rappresentano dunque un banco di prova sull'idea di Europa che verrà, con la consapevolezza che nella storia la volontà popolare è destinata a scontrarsi con dinamiche che la prescindono e la condizionano, obbligando i propri cittadini a farsene una ragione e magari ad ottimizzare l'intrinseco bagaglio di valori che ciascuno porta con sé.

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