Luci di Kowloon: Mong Kok, Sai Yeung Choi Street South, all'incrocio con Nelson Street. (2011) Foto: chensiyuan su creativecommons.org licenses by-sa 3.0

Hong Kong si ribella: la Cina trema
di Diego Grazioli

Una protesta che potrebbe mettere in ginocchio la Cina. Da giorni migliaia di persone, per la maggior parte giovanissime, stanno occupando le principali piazze di Hong Kong contro le restrizioni proposte dal governo centrale, in vista delle elezioni del 2017 nell'ex colonia britannica.
Un'ondata di malcontento nata negli ambienti universitari e diffusasi a macchia d'olio in ampi settori della comunità di Hong Kong, tornata parte integrante della Cina nel 1997, ma ancora profondamente intrisa della consapevolezza delle libertà democratiche occidentali. Un muro contro muro che sta destabilizzando la società cinese, al punto da obbligare il governo di Pechino a oscurare, nei media controllati dal regime, ogni riferimento alla protesta e alle sue ragioni.
La questione di fondo riguarda le modalità di scelta dei candidati che dovrebbero concorrere alle cariche pubbliche della regione di Hong Kong, nelle elezioni indette fra tre anni. Secondo il governo centrale, i candidati dovranno superare il vaglio di Pechino, deputato a verificare il grado di patriottismo e di amore nei confronti della madrepatria. Una condizione che, secondo i manifestanti, consentirebbe di fatto ai vertici continentali di selezionare i candidati più favorevoli agli interessi governativi, escludendo invece i politici maggiormente critici o semplicemente più autonomisti.
Uno stallo che ha portato decine di migliaia di persone in piazza, nonostante la repressione messa in atto dagli uomini del proconsole di Pechino, il Chief Executive Leung Chun-ying. Sono proprio i metodi usati dalla polizia di Hong Kong ad aver indignato migliaia di cittadini, inizialmente tenutisi ai margini della protesta, e successivamente diventati protagonisti della contestazione. Difficilmente infatti le ragioni del governo centrale possono essere sostenute ricorrendo all'uso di gas lacrimogeni e di idranti.
Un tentativo di mediazione è messo in atto dai manager delle ricchissime aziende con sede nell'ex colonia britannica. Con il protrarsi delle contestazioni potrebbe essere l'economia a pagare il prezzo più alto del braccio di ferro, con danni difficilmente quantificabili ma sicuramente ingenti.
Considerando il pragmatismo e il senso degli affari del popolo cinese la leva economica potrebbe indurre le autorità a trovare una qualche forma di mediazione con i manifestanti. I prossimi giorni saranno dunque decisivi per capire quale grado di pressione il governo di Pechino deciderà di esercitare per porre fine alle proteste. Un banco di prova che farà capire quale sarà la Cina del futuro.

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