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Giulio Regeni e la lotta di potere all'ombra delle piramidi
di Diego Grazioli

L'ignobile valzer di versioni, contraddizioni, depistaggi, orchestrati dalle autorità egiziane in merito alla vicenda di Giulio Regeni, il giovane ricercatore italiano torturato a morte al Cairo due mesi fa, indigna profondamente l'opinione pubblica mondiale e sta facendo precipitare le relazioni tra l'Italia e l'Egitto al livello più basso della storia recente.
Il richiamo del nostro ambasciatore Maurizio Massari, dopo il rifiuto dei magistrati egiziani di consegnare alla nostra controparte i tabulati telefonici dei momenti successivi al rapimento di Regeni, è solo il primo passo di un durissimo braccio di ferro destinato a protrarsi per mesi.
L'atteggiamento dei vertici cairoti appare altresì gravissimo dopo le ultime indiscrezioni che parlano di un'azione di monitoraggio del nostro pool di investigatori al lavoro nella capitale egiziana per far luce sulla vicenda. Una collaborazione amichevole che si sta rivelando sempre più una trappola per chiunque tenti di capire i giochi di potere dietro la vicenda di Giulio Regeni. Tra le poche certezze del caso infatti appare evidente una lotta tra i vari apparati di sicurezza egiziani, alcuni di questi non solo fuori controllo da parte dello stesso Presidente al-Sisi ma addirittura in grado di destabilizzarne l'autorità, mettendo in discussione le sue reali capacità di leadership.
Dal momento della sua ascesa al più alto scranno d'Egitto nell'estate del 2013, al-Sisi ha dovuto fronteggiare diverse fronde interne, non solo da parte di varie branche dei servizi segreti, ma soprattutto per opera della cosiddetta "business community" legata al vecchio Presidente Hosny Mubarak, relegata ai margini durante la breve stagione al potere dei fratelli musulmani e, dopo il defenestramento di quest'ultimi, tornata prepotentemente a galla con appetiti sempre più insaziabili. Una parte delle poche e ricchissime famiglie egiziane che per decenni si sono spartite la torta degli appalti pubblici e degli affari più redditizi, sarebbero entrate in rotta di collisione con il Presidente al-Sisi dopo il tentativo di quest'ultimo di inserire propri referenti nelle nuove sostanziose commesse.
Un potere parallelo che potrebbe aver pianificato il rapimento e l'uccisione del nostro ricercatore proprio per incrinare le relazioni tra il vertice in carica e l'Italia. Il piatto più importante di un rapporto economico bilaterale che vale oltre 5 miliardi di dollari l'anno, è la scoperta effettuata dall'ENI del più grande giacimento di gas del mediterraneo, in grado di produrre mezzo milione di barili di petrolio al giorno. Un business che fa gola alle maggiori compagnie petrolifere mondiali e che, per impossessarsene, potrebbe avere armato la mano di un comitato d'affari legato ad apparati dell'intelligence.
Per questo la soluzione della vicenda di Giulio Regeni è estremamente complicata, scoperchierebbe infatti realtà inconfessabili che stanno facendo tremare i palazzi del potere del Cairo e che rischiano di azzerare le relazioni tra Italia ed Egitto, il tutto a vantaggio di qualche altra "disinteressata" potenza europea.

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