Situazione attuale nella città di Aleppo. In verde le aree controllate dai ribelli, in giallo dai curdi, in rosso dal governo e in marrone le zone di conflitto. Di Futuretrillionaire, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=21549269

Siria: l'assedio di Aleppo
di Diego Grazioli

Comunque vada a finire, la battaglia di Aleppo deciderà il futuro del conflitto in Siria.
La maggiore città del nord del paese da giorni è martellata da ondate di bombardamenti effettuati dall'aviazione di Mosca che supportano l'avanzata delle forze lealiste di Bashar el Assad.
Una pioggia di bombe che ha colpito anche strutture deputate al ricovero di civili, come l'ospedale gestito da Médicins sans Frontières ad Idlib, anche se Damasco ha addebitato l'azione all'aeronautica statunitense. La manovra a tenaglia dell'esercito siriano mira ad interrompere la linea di rifornimento che dal 2012 consente alle forze ribelli di ricevere armi e vettovagliamenti indispensabili per affermare la propria autorità nei quartieri orientali della città.
Una situazione disperata, soprattutto per i quattrocentomila civili ancora imprigionati tra le linee dei combattimenti. Nelle ultime ore una colonna sterminata di profughi in fuga è giunta nei pressi del confine turco, in attesa di mettersi al riparo in uno dei tanti campi profughi organizzati dal governo di Ankara. Il presidente Erdogan ha deciso di aprire le frontiere dopo le proteste delle organizzazioni umanitarie internazionali, non limitandosi però alla sola accoglienza dei profughi ma rivendicando il diritto d'intervenire militarmente nello scacchiere siriano.
Lo scorso week-end l'aviazione turca ha bombardato la base di Menagh caduta nelle mani dei combattenti curdi dell'PYD, nella battaglia di Aleppo alleati delle forze fedeli al presidente siriano. Quest'ultimo oltre ad ammonire il suo rivale di Ankara, ha dichiarato che presto riconquisterà tutte le aree del paese cadute, in questi anni di guerra civile, nelle mani dei ribelli. Un annuncio dovuto all'euforia per i successi militari che i suoi uomini stanno ottenendo in diverse aree strategiche del paese.
Ma è il fronte di Aleppo quello che più interessa la leadership siriana. Riprendere il controllo della seconda città del paese significa avere un margine di contrattazione decisamente importante nei negoziati di pace ancora in corso a Ginevra. I colloqui svizzeri stanno diventando sempre più la cartina di tornasole delle posizioni militari sul campo di battaglia. Gli interlocutori dell'una e dell'altra parte infatti rivendicano zone di influenza o accettano compromessi a seconda dei successi che le proprie unità combattenti riescono ad ottenere sul terreno.
In quest'ottica lo scorso fine settimana è stato annunciato un accordo tra Arabia Saudita e Turchia per l'invio di truppe di terra nello scacchiere siriano. Un azzardo che da l'idea del livello di difficoltà che si respira nel fronte sunnita, dopo anni di successi e di sostegno anche ai gruppi jihadisti operanti nella regione, compreso il tanto vituperato Califfato, entità ora sfuggita al controllo dei suoi sponsor regionali.
Ma la vera incognita che attraversa il conflitto siriano è l'atteggiamento che deciderà di tenere Washington nei confronti dei due schieramenti. Smentita l'ipotesi di un coinvolgimento sul campo di battaglia di forze di terra statunitensi, la presidenza Obama sta cercando di ottenere un cessate il fuoco da parte dell'aviazione di Mosca, il vero fattore che ha fatto pendere la bilancia del conflitto dalla parte di Bashar el Assad. Difficilmente però il presidente americano riuscirà a frenare il coinvolgimento del Cremlino nel conflitto siriano, troppi gli interessi di Mosca in questo scacchiere, a cominciare dalla presenza navale a Tartus, unico sbocco russo nel Mediterraneo.

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