Un passato dissennato divora il deficit INPS

Pensioni: il paese delle continue riforme
di Gianluca Di Russo

Il clamore suscitato negli ultimi giorni dalle dichiarazioni del presidente dell'INPS Tito Boeri, che con il suo memorandum di proposte ha rimesso al centro del dibattito politico e sociale l'annoso tema delle pensioni e dello scontro generazionale tra i giovani privi di sostanziali garanzie e i pensionati che usufruiscono di un trattamento favorevole grazie alle vecchie normative, ha acceso aspre discussioni tra i componenti del governo e le varie parti sociali."Roma EUR sede centrale INPS" di Blackcat - Opera propria. Con licenza CC BY-SA 3.0 tramite Wikimedia Commons - https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Roma_EUR_sede_centrale_INPS.jpg#/media/File:Roma_EUR_sede_centrale_INPS.jpg
L'incipit del rapporto INPS del 2015 di Tito Boeri è, di sostanziale evidenza, un risultato economico negativo pari a 12,7 miliardi di euro e un disavanzo finanziario di 7,8 miliardi.
Nonostante trentennali riforme, aggiustamenti e decreti, il sistema pensionistico non appare in equilibrio e sostenibile nel lungo periodo.
La tendenza demografica del nostro paese, con una bassa natalità ed un progressivo invecchiamento della popolazione, è nota da inizi anni ‘80: il nostro sistema a ripartizione, ossia incentrato sui contributi dei lavoratori attivi che versano indirettamente le pensioni a coloro che sono già in quiescenza, non regge l'urto delle proiezioni future.
Il passaggio, con la riforma Dini, dal sistema retributivo, con il calcolo dell'assegno di pensione basato sulla media degli ultimi stipendi, al sistema contributivo, con la creazione di un personale conteggio dei contributi effettivamente versati, tradotti poi in pensione in base all'ammontare complessivo diviso la speranza di vita media, ha sostanzialmente rimesso i conti e il sistema in posizione di sostenibilità, aprendo però il nodo delle differenti condizioni tra i diversi regimi di appartenenza.
La recente riforma Fornero ha acuito ancora di più tali disparità, innalzando i limiti di età per l'accesso alle pensioni e decurtando l'assegno finale con il calcolo contributivo per gli ultimi anni di versamenti anche per coloro che provenivano dal vecchio sistema retributivo.
Il deficit Inps è dovuto per il 40% ai mancati versamenti dei contributi dell'ex Inpdap da parte dello Stato e per un ulteriore 40% alla componente di assistenza sociale (cassa integrazione, pensioni sociali e di invalidità).
La fiscalità generale subentra a ripianare i buchi annuali che si creano e gli argomenti sull'equilibrio di un sistema che si lega al concetto di Welfare e benessere sociale assume sempre toni accesi e discussioni frequenti e sempre attuali.
I punti sostanziali del rapporto di Boeri riguardano il sostegno di un reddito minimo garantito per gli over 55 che rimangono senza un lavoro e non hanno altri redditi, impediti dalla precedente riforma di accedere a una pensione al di sopra della soglia di povertà.
Altri argomenti di rilievo sono la flessibilità in uscita, anticipando l'età pensionabile con la modifica dei rigidi paletti imposti dalla riforma Fornero, con la decurtazione dell'assegno spettante in proporzione agli anni di anticipo.
Fin qui sembra tutto bello e condivisibile, ma le coperture arriverebbero dall'Inps stesso attraverso il ricalcolo contributivo di tutte le pensioni superiori ad una certa soglia che non sono corrispondenti agli effettivi contributi versati.
Alla stessa stregua verrebbero messi nella forbice tutti i vitalizi e le pensioni di parlamentari e politici delle regioni ed enti vari.
Il dissenso alla proposta Boeri, da parte del premier Renzi e del ministro Poletti, pone l'accento sulla difficoltà di tagliare i diritti acquisiti di tutti quei milioni di pensionati che hanno aderito attraverso le normative e leggi in vigore al momento, in un paese che vuole ritrovare credibilità e fiducia, alle prese con una tenue ripresa economica all'orizzonte.
E' da sottolineare che sono i giovani, con disoccupazione alle stelle e lavori precari, a pagare il prezzo più alto, in virtù di una contribuzione minima e discontinua che non porterà neanche alla maturazione di una pensione sociale minima.
Se lo scontro è sui diritti acquisiti e sulla inflessibilità per le prestazioni già erogate, si facesse anche chiarezza sulla prospettiva di un paese che punisce oltre modo i giovani e tutti coloro che stanno sostenendo un sistema ormai obsoleto. Se l'Italia non riesce a creare una popolazione giovane ed attiva che contribuisca alla crescita del paese e versi effettivi contributi alle varie casse pensionistiche, il sistema non sarà mai in equilibrio e vane saranno tutte le riforme possibili.
Introdurre il concetto di mutualità generazionale può essere un'idea: magari chi ha un orizzonte più vicino sarebbe ben disposto ad allungarlo a chi non riesce neanche ad immaginarlo.

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