La nuova bandiera UE. Montaggio redazionale dei files Peniche_beach_1.jpg, Flag_of_Europe.svg e WSchaeuble.jpg

L’Europa che verrà
di Gianluca Di Russo

Il clima afoso di questi giorni sembra essere l'unico fattore comune nei negoziati europei impegnati a districare la matassa greca, con i risvolti e le pieghe sul presente e futuro dell'Europa.
Il fronte rigido dei paesi nord europei, inclini al rispetto delle misure di austerity concordate dai trattati di Lisbona, si scontra con le perturbazioni più miti dei paesi del Mediterraneo alle prese con le correnti interne anti europeiste che soffiano forte contro i governi in carica.
La Germania ed i paesi baltici continuano a mostrare intransigenza nella questione greca, con ipotetiche soluzioni di uscita temporanea dall'euro, per redimere ogni tentativo di allontanamento dalle linee di politica monetaria ed economica sancite nei trattati di Maastricht e Lisbona.
Per i paesi del sud, le linee di comportamento sono maggiormente improntate alla prudenza e mediazione: il concedere alla Grecia una ristrutturazione del debito ed un allentamento delle politiche restrittive porterebbe una difficile contrapposizione all'avanzare dei movimenti anti europeisti, che riprenderebbero vigore, nel caso di soluzioni benevole e concessioni alla sinistra di Tsipras.
All'orizzonte potrebbero spuntare nuvole minacciose per l'Europa: il progressivo deterioramento dell'economia e delle condizioni di vita dei cittadini.
Se le misure adottate sino ad oggi, con il progressivo smantellamento del Welfare degli stati aderenti e gli elevati livelli di disoccupazione, sono state contrastate con politiche di svalutazione interna e dumping salariale, viene da sé che al mancato raggiungimento di un clima favorevole di ripresa economica dell'eurozona, le condizioni di stabilità ed integrazione dei vari stati diventerebbero sempre più difficili da conquistare.
Il modello di adottare politiche neo liberiste, nel continente culla della democrazia e delle conquiste sociali dei diritti inviolabili, appare un tentativo arduo di rendere competitivo un blocco di paesi nella sfida futura della globalizzazione.
Un fenomeno, la globalizzazione, che con la libera circolazione dei capitali ha provocato una vera e propria desertificazione della produzione industriale nei paesi occidentali, attraverso la delocalizzazione verso i paesi in via di sviluppo, con grande disponibilità di lavoro a basso costo, ben pronti ad accettare liberalizzazioni e condizioni accoglienti per le imprese e i grandi capitali.
Nel nostro paese, gli investimenti diretti all'estero ammontavano nel 1990 al 5,3% del Pil, per salire nel 2013 al 29%. In Francia, sempre dal 1990 al 2013, la delocalizzazione produttiva è salita dall'8,8% a ben il 57,2% del Pil.
Anche nell'efficiente Germania, gli investimenti delle imprese tedesche all'estero sono passati dal 7,6% al 45,3% nello stesso periodo.
Negli USA, lo stesso fenomeno è nell'ordine di delocalizzazioni triplicate verso i paesi in via di sviluppo.
Gli Usa hanno contemporaneamente utilizzato tutta la loro forza geo politica con l'avvento del Q.E (quantitative easing) da più di 2.000 miliardi di dollari ed un debito pubblico balzato in pochi anni al 102,6% del Pil, per riconquistare crescita economica e piena occupazione, facendo così leva sulle variabili monetarie e fiscali di un paese con piena sovranità ed una moneta riferimento dei mercati mondiali.
In Europa, il modello di austerity tedesco e la mancata integrazione politica e fiscale impedisce le stesse misure adottate in America, con tutte le conseguenti negatività che si riflettono sui cittadini, in termini di tassazione, taglio dei servizi e disoccupazione. L'aver accettato un modello economico e sociale dove il capitale e le multinazionali hanno preso il sopravvento, rispetto alla politica ed alla vita delle persone, presenta quanto meno dubbi sul futuro e sulla democrazia: in Grecia la democrazia è nata e dalla Grecia si deve ripartire.

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