Giovani ed Europa (fonte foto Pixabay)

Il tasso di occupazione giovanile è in drastica diminuzione

Europa, le riforme "ammazza giovani"
di Gianluca Di Russo

Nella lettura dei risultati delle urne, le interpretazioni sono preda di visioni e pensieri differenti, anche se dal lato pratico la mancata esplosione elettorale degli schieramenti anti-establishment non può minimizzare la lenta e costante crescita degli scontenti dello status quo e di come sono state gestite le crisi negli ultimi dieci anni.

Se anche la fascia demografica dei più giovani avente diritto di voto inizia a voltare le spalle all’ideale di questa Unione Europea vuol dire che le politiche da intraprendere debbono radicalmente cambiare per il futuro.

Tasso di occupazione - grafico

Nell’analizzare gli ultimi dieci anni, dalla crisi del 2008 ad oggi, le più colpite sembrano proprio le fasce giovanili che hanno perso in tutta Europa opportunità e futuro: il tasso di occupazione giovanile è diminuito nei Paesi UE del 17% tra la fascia dai 15 ai 24 anni, con cali molto più drastici per Paesi come l’Italia, per il 34%, con addirittura il 57% in Spagna.

Di segno opposto l’andamento della fascia di età dai 55 ai 65 anni, con un incremento del livello di occupazione del 10% di media in tutta Europa.

Per dimostrare questi andamenti contrastanti, entrano in campo le misure adottate in tutto il continente, come risposta alla crisi, con politiche volte ad innalzare l’età pensionabile e a contenere i bilanci pubblici. Paesi come la Grecia, la Spagna, il Portogallo e, nel 2011, l’Italia hanno varato riforme dal lato delle pensioni, con la nostra "riforma Fornero" divenuta celebre e famigerata, visto che è ancora dibattuta in ogni sede e comizio elettorale.

In effetti, fino al 2005 i tassi di disoccupazione in Italia erano pressoché simili per le fasce di popolazione 15-24 e 55-65.

Solo dieci anni dopo, il tasso di occupazione per la fascia 55-65 era al 45%, mentre per la fascia 15-24 al 12%. Appare evidente come l’innalzamento dell’età pensionabile e il periodo minimo di contributi abbiano condizionato questa dinamica.

Le imprese si sono trovate obbligate a rispettare i nuovi requisiti, rinunciando a rinnovare la "quota impiegati" attraverso il ricambio generazionale.

La conseguente scure dell’austerità ha fiaccato la già debole economia italiana, in applicazione del "fiscal compact" che non ha preso in considerazione la sostenibilità sul lungo termine del debito italiano.

Le precedenti riforme pensionistiche, che di fatto avevano già dato una svolta con l’introduzione del metodo contributivo, andavano assecondate con programmi di sgravi fiscali per tutti coloro che richiedevano pensioni anticipate, in modo di sostituire la popolazione più anziana con l’inserimento delle fasce più giovani. Errori che hanno lasciato sul terreno migliaia di emigrazioni dei giovani scolarizzati verso i Paesi più ricettivi di domanda di lavoro e, allo stesso tempo, con l’esplosione dei "neet", ossia dei giovani che non studiano e non lavorano, con una percentuale che sfiora il 25%.

Si dice che certi errori ricadano sui genitori e chiamarla "generazione di bamboccioni" risuoni per lo meno offensivo.

 

 

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