Euro (fonte foto Pixabay)

Un paese che non è mai uscito dalla recessione economica nella quale è piombata nel 2008

Italia in recessione: tecnica o conclamata?
di Gianluca Di Russo

Nel pieno dell’inverno, con il termometro che spesso va sotto zero, anche il prodotto interno lordo si adegua e ci porta ufficialmente in recessione.

Questo termine, spesso abusato da nefasti annunci sui media nazionali, esprime convenzionalmente la contrazione  di  ricchezza e consumi, ovvero la produzione di beni e servizi per due trimestri consecutivi. Tra i sostenitori o meno dell’esecutivo attuale ci si accapiglia sulle responsabilità e sulla distinzione tra recessione tecnica o conclamata.

La distinzione è relativa alla tendenza annuale: ad oggi le previsioni, sia in termini produttivi sia occupazionali, vedono il 2019 tendenzialmente positivo, con una stima di Pil con il segno “più” a fine anno. Sta di fatto che la contrazione esprime il clima rigido di incertezza e crisi  economica, con tutte le conseguenze che il Paese dovrà affrontare nei prossimi mesi.

PIL Italia (grafico)

Nel superare le polemiche tra schieramenti politici, è opportuno allargare la visione di un Paese all’interno dell’attuale scacchiere europeo e sottolineare che, in realtà, l’Italia non è mai uscita dalla recessione economica nella quale è piombata nel 2008, con i livelli di Pil ancora fermi al 2006. Il nostro Paese è a crescita zero da 15 anni ormai e le cause vanno ricercate altrove, al di là degli inevitabili spot elettorali. La rigidità del cambio nella zona euro e la mancata condivisione fiscale all’interno dell’eurozona sono la madre di tutti i guai, con l’impostazione di austerità fiscale che ha generato dissesti per tutti i Paesi europei, in assenza di politiche di sviluppo e investimenti per i Paesi che debbono rispettare dogmi di bilancio ormai sdoganati da tutta la letteratura economica.

Nell’attuale impostazione orientata alla competitività interna per la conquista dei mercati internazionali, ogni shock esterno, in termini di tensioni internazionali, come l’attuale guerra commerciale tra America e Cina, provoca dissesti e rallentamenti nei Paesi esclusivamente votati all’export, senza che nessuna politica anticiclica sia autorizzata da Bruxelles.

La traduzione nella realtà del vivere quotidiano coinvolge tutti noi su quello che una recessione futura comporta, secondo le attuali regole europee. Affrontare periodi di ulteriore austerità, rigidità fiscale, con l’aumento delle imposte e dell’Iva e ulteriori tagli alla spesa pubblica, avrebbe impatti sociali devastanti, con effetti che abbiamo già osservato nella vicina Grecia.

Nell’attuale calderone europeo, nessun Paese rimarrebbe indenne da uno scenario economico negativo, con la stessa Francia impelagata nelle rivolte continue dei Gilet gialli. Il paradosso del sogno europeo vede la negazione del progetto stesso: l’unione dei popoli senza frontiere con la creazione di un mercato unico.

Se il mercato di 27 Paesi membri non costituisce un ombrello protettivo dinanzi alle crisi finanziarie ed economiche che il mondo incontra nel suo cammino, rimane difficile chiedere ai cittadini di credere ciecamente a un futuro che verrà dopo quasi 20 anni di crisi continua. Nel frattempo, la previsione di Pil per il Regno Unito è dell’1,6%: c’è chi sosteneva non ci fosse più vita fuori dall’euro.

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