Impossibile/Possible (fonte foto Pixabay)

Quando le alternative sono demonizzate o oscurate

TINA – There Is No Alternative
di Gianluca Di Russo

Questo simpatico acronimo mutuato dalla lingua inglese, Tina, ovvero “non ci sono alternative”, è stato coniato e utilizzato dall’allora Lady di ferro, la premier inglese Margaret Thatcher, a giustificazione della sua politica liberista che stravolgeva, per la prima volta, assetti e modelli di pensiero del Regno Unito degli anni ‘70 a seguito delle crisi petrolifere e internazionali.

Un percorso simile a quello degli ultimi dieci anni che ha visto le economie europee entrare in una crisi lunga e irreversibile, con serie aspettative di nuova recessione nel prossimo biennio.

Mentre nei primi anni post mutui subprime 2008 le varie crisi erano appannaggio degli allora Piigs, la storia ha dimostrato che poco o nulla c’entrava il livello del debito pubblico e i conti allegri dei vari Paesi, come l’Irlanda e la Spagna, che partivano da livelli trascurabili di debito e per primi fecero ricorso al fondo salva Stati, ma le cause erano da ricercarsi nell’esplosione del debito privato che la moneta unica e i differenziali dei tassi di interesse dei vari Paesi avevano ampliato, sottolineando la costruzione non uniforme dell’impianto legislativo dell’Unione che, di fatto, consentiva un grande mercato di merci e persone, privo di ogni restrizione, con un coordinamento dettato dall’unica istituzione della Banca Centrale Europea, con poteri di mandato relativo alla sola funzione di stabilità dei prezzi.

L’unico comune denominatore è diventato così il fattore prezzo, la competitività interna dei vari Paesi costretti, dalla mancata flessibilità del cambio, a intraprendere politiche di tagli del welfare e precarizzazione del lavoro per rallentare la tendenza delle economie più deboli a indebitarsi verso l’estero, a vantaggio dei Paesi più forti.

Ma puntare esclusivamente sulle esportazioni diviene complicato in un mondo dove i tuoi compratori sono alle prese con problemi assai più complicati. Il rallentamento degli USA, ormai a fine ciclo economico, e le diatribe con la Cina mettono l’Europa e i Paesi “estero-vestiti” nel dilemma più inquietante per i prossimi scenari: come affrontare una recessione importata, con il calo dell’export, in una fase dove nessun Paese può attingere a politiche anticicliche.

Ad oggi, la Commissione Europea e i vertici a Bruxelles hanno soltanto fatto qualche passo avanti in tema di solidità del sistema bancario, ma nulla si può ipotizzare in tema di politiche espansive che diano maggior respiro ai milioni di disoccupati che la gestione dell’Unione ha creato negli ultimi 10 anni.

Le elezioni a maggio potranno essere una cartina di tornasole degli umori dell’elettorato e delle conseguenti nuove forze che siederanno in Parlamento, ma è troppo tempo che le cronache sono piene di uno spirito reazionario da parte di quasi tutti i Paesi nei confronti delle istituzioni europee, viste come duplicazioni di burocrazia e portatrici di regole e lacci, a favore solo di un’elite cosmopolita e mondialista.

Quando i media sostengono che non c’è alternativa bisogna solo rispondere che allora vale la pena perseverare e cercare di costruirne una migliore.

 

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