Scena tratta dal film Furore (1940)

Una manovra economica ancora tutta da definire

I conti in ordine - L'austerità
di Gianluca Di Russo

Il triste rimpiattino di dichiarazioni tra il nostro governo e le istituzioni europee, per i decimali di una manovra economica ancora tutta da definire, distrae i cittadini sul significato etico e sociale che un orientamento politico economico determina sulla vita delle persone.

L’ideologia di tenere i conti in ordine è di matrice luterana e tedesca, con uno Stato che deve avere lo stesso atteggiamento di una famiglia: non si può spendere più di quanto si incassa.

Nel 2017, il nostro Stato ha incassato, tramite le tasse versate da noi contribuenti, circa 568 miliardi e ne ha spesi, per stipendi e pensioni, quasi 486. Se aggiungiamo le spese per gli investimenti per 41 miliardi e 79 miliardi di interessi sul debito pubblico, il totale delle spese arriva a circa 606 miliardi di euro. Da qui la differenza di 20 miliardi da finanziare in deficit chiedendo un prestito ai “mercati”. Ma la Commissione Europea ci chiede continuamente di tagliare le spese per migliorare il bilancio ed evitare di chiedere finanziamenti presso i mercati, in modo da diventare virtuosi.

Ma se guardiamo dal punto di vista del cittadino, noi contribuenti abbiamo avuto un esborso totale di 568 miliardi di euro e ne abbiamo ricevuti in spese, all’interno dell’economia, 527 miliardi. Spese che formano il circuito economico, che producono reddito per il sistema privato che alimenta l’occupazione e che contribuisce alla crescita del Paese.

Appare evidente che, da circa 30 anni, l’avanzo primario positivo significa che noi cittadini non abbiamo servizi e investimenti pari a contributi e tasse che versiamo allo Stato e, nonostante ciò, la situazione economica italiana ci viene rappresentata in continua difficoltà. Ma ogni ulteriore sforzo, tramite l’aumento delle imposte e il taglio della spesa pubblica, crea recessione economica, perché va a distruggere i redditi all’interno del sistema, con scarsa liquidità, redditi che calano, fallimenti privati e alta disoccupazione.

All’interno di questo scenario perverso, come un cane che si morde la coda, viene richiesto al settore privato di supplire alla funzione che l’ordinamento collettivo e la nostra Costituzione attribuiva allo Stato: diventare competitivi ed esportare beni e servizi all’estero e reperire le risorse mancanti. Competitività che assume un termine dispregiativo se la tramutiamo in una necessità di comprimere garanzie e stipendi per poter produrre un qualche cosa che sia vendibile a basso prezzo, a prescindere dalle condizioni di vita dei lavoratori.

Competitività che si nutre di una disoccupazione alta che diventa sistema, per assecondare i voleri di un mercato e sbaragliare la concorrenza. Se allarghiamo il discorso ai flussi commerciali globali, ci saranno Paesi in surplus di esportazioni e Paesi in deficit, con questi ultimi che saranno costretti, a loro volta, a diminuire e scardinare stipendi e garanzie pubbliche, per evitare di indebitarsi continuamente con l’estero, mentre i “virtuosi” Paesi esportatori cercheranno di mantenere la loro posizione dominante, svalutando sempre più diritti e garanzie sull’altare della competitività.

Un cambio di paradigma abbastanza traumatico per le costituzioni socialiste del dopoguerra: lo Stato si fa minimale e cerca di assecondare il volere delle aziende per renderle competitive, abbandonando i valori del benessere sociale come fine ultimo del bene collettivo. Nulla di nuovo per chi vede nel ritorno ai protezionismi le condizioni che scatenarono le guerre di un secolo fa.

“E le paghe continuano a calare,e i prezzi restano invariati.Così riavremo presto la schiavitù” (John Steinbeck “ Furore” 1940)

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