Grafico (Foto di Pexels - pixabay)

Il merito creditizio dell’Italia in alto rischio di fallimento 

Il Rating declassa l’Italia
di Gianluca Di Russo

Nei giorni delle missive tra le istituzioni europee e il governo, arriva il tanto decantato e atteso giudizio della più famosa agenzia di rating, Moody’s, che declassa il merito creditizio dell’Italia portandolo a Baa3, ultimo grado di giudizio di una certa affidabilità al di sotto del quale naufragano i titoli ritenuti speculativi (junk bond), ad alto rischio di fallimento e da maneggiare con cura solo da investitori esperti.

Una mossa che era attesa dal mercato e dagli osservatori che pone ora il Paese dinanzi a un fuoco incrociato, con l’Unione Europea che mostra i muscoli per riportare a più miti consigli il Paese ribelle ai trattati, e i mercati che porteranno lo spread a rapide impennate.

Le agenzie di rating esprimono giudizi su tutte le attività finanziarie e soprattutto sul merito di affidabilità di Stati e organizzazioni che emettono debito sotto forma di obbligazioni o titoli di Stato. Nel redarre le loro relazioni formalmente svolgono una funzione che condiziona le scelte di investimento e di liquidazione dai vari titoli sul mercato, condizionando la vita e la sopravvivenza degli emittenti, sia si tratti di società per azioni, sia si tratti di Stati sovrani. Queste società private sono per lo più partecipate e possedute, andando a guardare i loro pacchetti azionari, da banche e fondi internazionali, per lo più dai grandi gruppi americani, come Blackrock e Vanguard Group, solo per citarne alcuni. E’ come se una proprietà di una squadra di calcio possedesse anche l’associazione degli arbitri chiamati a giudicare il regolare svolgimento del campionato.

Stranamente, poche settimane prima del crack di Lehman Brothers, le agenzie attribuivano un rating di alta affidabilità (A Standard & Poor’s, A2 per Moody’s e A+ per Fitch) alla banca d’affari americana che chiuse poi i battenti dichiarando liquidazione il 15 settembre del 2008. Altri casi numerosi si sono susseguiti, dal crack Parmalat con rating BBB fino a una settimana dal default, a Enron e Worldcom.

Molte istituzioni hanno tentato in passato cause risarcitorie nei confronti delle agenzie, pena di aver destabilizzato e creato turbative per il normale svolgimento delle quotazioni di mercato. Anche una procura italiana, per esattezza quella di Trani, portò a giudizio alcuni dirigenti di Standard & Poor’s accusandoli di aver costruito report falsi per indebolire lo stato di affidabilità dell’Italia, con il giudizio finale che terminò in un nulla di fatto.

Negli Stati Uniti ci furono in passato sanzioni e multe per alcuni comportamenti e violazioni, ma una legge costituzionale assimila il giudizio delle Agenzie come opinioni non passibili di reato, a meno di dimostrare l’avvenuto dolo. Il libero mercato si è dotato di queste società private che svolgono una funzione fondamentale per i mercati e per le economie, senza che ci siano organi di controllo e regole che bilancino i pesi dei poteri, come normalmente avviene nel legislativo, esecutivo, giudiziario delle democrazie più evolute.

Forse è per questo che si sente sempre più spesso dire “diktat dei mercati” o “ce lo chiede l’Europa”?

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