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Il reddito di cittadinanza: in che cosa consiste

Il Reddito di Cittadinanza
di Luca Mastrantonio e Giacomo Sorrentino

Sul tavolo di discussione del programma di governo che in queste ore sta interessando le due parti politiche, 5 Stelle e Lega, c’è un nodo sulla ricetta economica da adottare nella prossima legislatura.

I 5 Stelle rimangono ferrei nella convinzione di portare avanti ad ogni costo il Reddito di Cittadinanza, cavallo di battaglia della passata campagna elettorale pentastellata.

A proposito del reddito di cittadinanza vi sono le opinioni più disparate: chi dice che si tratti di assistenzialismo puro, chi invece lo vede come il modo per rilanciare il mercato del lavoro in Italia. 

Effettivamente dati alla mano esiste un  problema riguardo il mercato del lavoro in Italia. La disoccupazione è al 10,8% ; il dato peggiora se si considera la disoccupazione giovanile che secondo le stime di gennaio, è del 32,7%. 

In cosa consiste il reddito di cittadinanza:

In base al ddl presentato al senato, i requisiti per ottenere il reddito di cittadinanza sono: aver raggiunto la maggior età , essere disoccupati o inattivi, percepire un reddito o una pensione sotto la soglia dei 780 euro. Per coloro che percepiscono meno di 780 euro di stipendio mensile verrà erogata la differenza tra il salario percepito e il minimo dei 780 euro, istituendo così un vero e proprio reddito minimo garantito.

Occorre poi rendersi disponibili a lavorare e iscriversi ai Centri per l’Impiego pubblici (esonerati le madri o i padri con figli minori di 3 anni, i disabili e i pensionati) e iniziare un percorso di ricerca attiva di un’occupazione, frequentando corsi di formazione e facendo colloqui con gli operatori dei centri. Nel frattempo si dovrà contribuire a progetti sociali del proprio Comune per 8 ore alla settimana.

Fondamentale, infine, la disponibilità effettiva ad accettare un posto: perderà il reddito chi “rifiuta, nell’arco di tempo riferito al periodo di disoccupazione, più di tre proposte di impiego ritenute congrue” e chi “sostiene più di tre colloqui di selezione con palese volontà di ottenere esito negativo, accertata dal responsabile del centro per l’impiego”. Perderà il reddito inoltre chi si licenzia senza giusta causa per due volte in un anno.

Rimane l’interrogativo riguardo il costo di tale riforma: secondo l’Istat sarà di 14,8 miliardi di euro, mentre altre economisti credono che arriverà a costare alle casse dello stato più di 20 miliardi di euro. Data la stretta sul deficit prevista nel fiscal compact firmato dall’Italia, sarebbe importante capire come e dove verranno trovate le risorse economiche. 

Inoltre non è chiaro se un tale sistema sarà compatibile con il mercato del lavoro Italiano; di sicuro si tratta di una proposta ambiziosa ma difficilmente realizzabile, se non tramite una previa revisione del mercato del lavoro che riformi i centri per l’impiego e che sappia mediare efficientemente tra domanda e offerta di lavoro.

Un altro interrogativo riguarda proprio questo punto, l’offerta. La domanda c’è, il 10,8% di disoccupati di cui si parlava in precedenza. La sfida della riforma sarà riuscire a trovare i milioni di posti di lavoro che richiederebbero ingenti investimenti pubblici e privati.

Il confronto con l'Europa

Le misure adottate in Europa per combattere la disoccupazione sono molte. Forse la più simile al Reddito di Cittadinanza pentastellato è quella tedesca dell’Hartz IV, detto Arbeitslosengeld II, promulgato nel 2002 dalla Commissione guidata da Peter Hartz. Il reddito Hartz IV, stanziato in favore di disoccupati solo nel caso in cui si impegnino a cercare un lavoro, è rivolto altresì a persone che hanno retribuzioni esigue che non gli permettono condizioni di vita dignitose.
Tra le diverse incomprensioni emerse a seguito della proposta dei Cinquestelle in campagna elettorale c’è stata proprio quella riguardante la ricerca del lavoro, che nella proposta dell’evoluta Finlandia non era previsto. Nel 2017 infatti è stato offerto a 2.000 disoccupati finlandesi un sussidio di 560 euro senza l’obbligo di cercare lavoro. La proposta della Finlandia è infatti colata a picco, e terminerà nel 2018. Tra i Paesi Scandinavi abbiamo poi la Danimarca, che mira alla reintegrazione delle fasce deboli attraverso l’assistenza sociale del kontanthjælp e un assegno che aiuti i cittadini a ‘ripartire’ chiamato starthjælp. Una volta ottenuti gli assegni, i cittadini dovranno investire sulla propria formazione attraverso un jobtræning, per reinserirsi nel mercato del lavoro.



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