Foto di scena tratta dal musical “Evita” di Lloyd Webber e Rice, Incirlik showstoppers , license U.S. Air Force photo by Master Sgt. James Nelson

La seconda potenza economica dell’America Latina sull’orlo del fallimento

Don’t cry for me Argentina
di Gianluca Di Russo

Per l’ennesima volta l’Argentina è sull’orlo del fallimento, con una nuova richiesta di aiuti al fondo monetario internazionale. Le cronache parlano di almeno 30 miliardi di prestiti per tenere a galla l’economia della seconda potenza economica dell’America Latina.

Con un Peso ai minimi storici sul Dollaro e l’innalzamento dei tassi di interesse al 40%, la fuga di capitali non sembra arrestarsi, tanto da costringere il governo argentino a chiedere una linea di credito al Fmi.

Il presidente di origini calabresi, Mauricio Macrì, eletto nel 2015, ha basato la sua politica economica sull’apertura e lo scambio con l’estero, siglando accordi con molti paesi per attrarre capitali e investimenti stranieri. L’introduzione del libero mercato anche ai beni primari, come pane ed energia elettrica, ha portato a un innalzamento dei prezzi anche del 40%, con l’intenzione di accreditarsi alla comunità internazionale come colui che avrebbe traghettato l’economia argentina nel mondo dei capitali internazionali.

L’aver negoziato la restituzione del debito estero congelato dai governi peronisti precedenti aveva suscitato simpatie da tutto il mondo occidentale che celebrava la svolta liberista in un paese dell’America Latina. L’economia argentina è fortemente dipendente dai capitali esteri e dai prezzi del petrolio e delle materie prime: esportatrice di prodotti agricoli grezzi, dipende fortemente dai prezzi che si formano sui mercati internazionali, come ad esempio la soia, calata del 30% nell’ultimo quinquennio, e non riesce neanche con la svalutazione del peso ad aumentare le esportazioni e limitare l’indebitamento estero.

I recenti aumenti dei tassi di interesse negli Usa stanno provocando un ritorno dei flussi di capitale dai paesi emergenti ai titoli di Stato americani e il continuo deflusso di capitali dall’Argentina ha messo in ginocchio un’economia già strutturalmente fragile.

Per coloro che hanno cercato dei parallelismi con l’Italia è fondamentale precisare che la nostra economia non dipende dai capitali esteri. L’export italiano è costituito per l’84% da prodotti manifatturieri e notoriamente i manufatti reagiscono in maniera più elastica a eventuali cambi di prezzo, con la possibilità di gestire più facilmente eventuali politiche economiche a supporto.

Nel nostro caso, la svalutazione dell’euro negli ultimi anni ha portato a un incremento del turismo e delle esportazioni, migliorando il surplus commerciale, a dimostrazione che è la forza produttiva ed economica del paese, e non la moneta, a fare la differenza sui mercati.

La lezione che arriva dall’Argentina ci insegna che non esistono modelli liberisti buoni o modelli populisti cattivi: ci insegna che attrarre capitali esteri può essere fortemente pericoloso in economie fragili e poco strutturate e che è sempre buona norma limitare gli interessi stranieri in casa propria.

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