Il debito pubblico francese sfonda i 2.500 miliardi

Economia: il debito pubblico francese sfonda i 2.500 miliardi

La Francia secondo Macron
di Gianluca Di Russo

Il giovane presidente francese, Emmanuel Macron, a meno di un anno dal suo insediamento all’Eliseo, ha mostrato in sede diplomatica e internazionale un atteggiamento presenzialista e determinato, in continuità con il nomignolo affibbiato da alcuni giornali francesi di presidente jupiterien (Giove), per l’esercizio “divino” con cui sta assolvendo ai suoi doveri di reggente della repubblica.

Al di là del maquillage più fresco e moderno rispetto al suo predecessore Hollande, il nuovo presidente sta proseguendo i dettami di politica economica dei precedenti cinque anni, con l’urgente bisogno da parte dello Stato francese di riordinare i propri bilanci, sempre di più in rosso per quanto riguarda l’indebitamento estero, e con la crescente necessità di recuperare competitività fino ad oggi camuffata dallo sforamento dei parametri europei, con un deficit rimasto sopra al 3% negli ultimi anni.

L’applicazione del jobs act in salsa francese (loi travail) è ancora in fase di normalizzazione, mentre si incassano scioperi a tappeto da parte del settore dei trasporti, come test per le riforme che verranno.

L’esigenza francese, come per gli alti paesi periferici, è quella di rendere maggiormente competitivo il mercato del lavoro, per compensare la rigidità del cambio e riportare le esportazioni ad un livello di equilibrio.

Il settore pubblico negli ultimi anni ha tirato la carretta indebitandosi sempre di più fino a raggiungere il rapporto debito/pil al 96,5%, con i burocrati di Bruxelles a spostare l’attenzione verso paesi più mediterranei per peso specifico e mediatico, con la Germania a tutela del suo storico alleato.

A Macron attendono tempi difficili: l’aver arginato fino ad oggi le avanzate populiste non arresterà il flusso dei problemi che la società francese presenterà di fronte agli inevitabili tagli al welfare dei prossimi tempi, alla precarizzazione del lavoro e al problema della disoccupazione al 9,2%.

Chissà se la presa di coscienza dei problemi che attanagliano la costruzione europea non faccia agire il giovane presidente come trait d’union verso l’alleato tedesco, per rendere più sostenibile l’unione monetaria, con la creazione di meccanismi di aggiustamento degli squilibri a favore dei paesi che più hanno pagato negli ultimi dieci anni in termini di sacrifici e risorse.

Le notizie che narrano di piani tedeschi per sciogliere e abbandonare l’unione monetaria sembrano rientrare nell’universo delle fake news, ma gli eventi futuri saranno difficilmente gestibili in maniera comunitaria se si pensa che un’eventuale crisi finanziaria possa essere assorbita a danno dei cittadini.

Un paese come la Francia, che ha affrontato per primo rivoluzioni e fenomeni migratori, può essere di nuovo un ago della bilancia per il prossimo futuro.

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