Sofia Bulgaria Cattedrale, NakNakNak / 200 immagini, CC0 Creative Commons

Crisi demografica ed economica segnano il destino di questa nazione

La Bulgaria è lo specchio della crisi demografica europea
di Antonello Cannarozzo

Negli anni della guerra fredda la Bulgaria era conosciuta per due motivi: i risultati delle sue pseudo elezioni politiche con il 99% dei votanti sempre a favore del governo comunista al potere - le cosiddette “elezioni bulgare” -, e la sua fedeltà incondizionata al potere sovietico, il tutto in una delle nazioni più povere dell’allora patto di Varsavia

Oggi la nazione, secondo le stime internazionali, ha un buon PIL in crescita, pur tra luci ed ombre a seconda delle regioni, l’occupazione sta dando buone risposte e, addirittura, il mese scorso un sondaggio ha trovato la maggioranza degli intervistati, per la prima volta in vent'anni, esprimere ottimismo per le condizioni economiche. Peccato che in futuro ci saranno molti meno bulgari a condividere questo buonumore, a causa della denatalità, stando a studi internazionali.

Tra meno di cinquant’anni, infatti, se il grave calo demografico non troverà soluzioni adeguate, per la Bulgaria il futuro è segnato già entro questo secolo, dimostrando, sul lungo periodo, come il peso della demografia possa diventare una questione di vita o di morte per un'intera nazione, come anche per il resto dell’Europa, dove il tasso di natalità ha toccato una percentuale di meno di due figli per donna, pur con delle eccezioni, con il risultato che entro il 2050, secondo molte stime ufficiali, si perderanno oltre venti milioni di abitanti, portando il numero della popolazione a 719 milioni, e le più colpite saranno, come già oggi, le nazioni dell’est europeo insieme, purtroppo, all’Italia.

Ma torniamo alla Bulgaria ed al suo non invidiabile primato. 

Secondo le stime dell’Onu l’attuale popolazione si aggira sui 7 milioni, si ridurrebbe, come abbiamo già accennato, ad appena 3 milioni, in pratica come se scomparissero ogni giorno 164 persone, creando un veloce spopolamento specialmente nelle campagne dove solo nel 2012 sono state cancellate ben 24 località per l’abbandono dei suoi abitanti. 

Di questo stravolgimento, la città di Vratsa, ex polo industriale ormai in crisi, è un caso simbolo. 

Qui ogni anno la popolazione si riduce di circa 2.000 persone e la risposta la da proprio il sindaco della città, Kalin Kamenov:” Le persone qui sono più povere, più infelici e più inclini a partire che altrove in Bulgaria.  Senza investimenti e sostegno statale la sua città sarà praticamente estinta in dieci anni”. A margine, ricordiamo che almeno due milioni di bulgari sono già emigrati e circa 700 mila solo nell’ Europa occidentale.

In Bulgaria, quinto paese più vecchio d'Europa, quasi il 60% dei pensionati è al di sotto della soglia di povertà con appena 321 Lev al mese, poco più di 150 euro (il Paese non è entrato nella zona euro. Ndr) tanto da far dire a Georgi Angelov, economista che lavora all’Open Society Institute presso la capitale Sofia, in una intervista all’Economist: “Abbiamo un problema da paese ricco con l’aumento del numero dei pensionati, ma non siamo un paese ricco”. 

Se la desertificazione delle nascite è già un problema grave, esso viene, se possibile, aggravato dalla composizione etnica della nazione.

La Bulgaria è un vero crogiolo di popoli dove i bulgari stanno diventando una minoranza, a fronte di oltre un milione di etnia Rom e 800 mila di quella turca, oltre a circa 100 mila di varia provenienza, che crea non pochi problemi per la pacifica convivenza civile, messa sempre più a dura prova. 

Dilaga, infatti, l’ostracismo verso gli “zingari” accusati di essere dei criminali e di tenere in scacco intere località con la violenza e la sopraffazione, temi che incendiano gli animi della popolazione contro gli stranieri, pur essendo le etnie rom bulgari a tutti gli effetti. 

Problemi antichi che il crollo del regime comunista ha fatto uscire allo scoperto come la citata crisi della denatalità. 

Solo negli anni '90 il tasso di fertilità era già crollato, aggravato dall’emigrazione di centinaia di migliaia di giovani che hanno lasciato alle loro spalle spesso una popolazione di anziani e persone meno competitive sul mercato del lavoro, dunque, con un grave vuoto di mano d’opera qualificata per lo sviluppo economico del Paese. 

Per ovviare a questo handicap, almeno per l’economia, è stata reclutata mano d’opera dalle nazioni vicine ancora più povere, come Ucraina e Moldavia

In questo ambito il primo ministro Simeonev ha affermato, però, che la ricerca di personale qualificato non si estende ai rifugiati, che liquida come "avventurieri" che cercano di sfruttare solamente gli Stati del welfare dell'Europa. Un problema, quello dell’immigrazione, che non riguarda assolutamente il Paese, che vanta, tra l’altro, una barriera di confine presidiata da guardie molto severe e dove non sono mancate accuse anche di brutalità, tanto che i rifugiati che tra il 2015 e il 2016 lasciarono la Turchia per l’Europa occidentale, hanno aggirato la Bulgaria per recarsi nella confinante Grecia. 

Se questo è il quadro di un Paese ancora con problemi sociali seri, lo stesso vale, non dimentichiamolo, anche per la ricca Europa dove la decrescita della natalità sta cominciando a creare non pochi problemi anche alle nazioni ricche, prima tra tutte la Germania, con la crescita dell’immigrazione formata da varie etnie e non sempre integrata pacificamente. 

Bisogna aspettare forse solo cinquant’anni ed anche per l'Unione europea la Bulgaria sarà sempre più vicina.

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