Donald trump,  Gage Skidmore,	Attribution-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-SA 2.0)

USA annuncia l’introduzione di dazi su acciaio e alluminio dall’estero

Le guerre del terzo millennio: i dazi doganali
di Gianluca Di Russo

Il vituperato presidente americano Donald Trump, emblema del political incorrect, è riuscito a disinnescare momentaneamente le tensioni con la Corea del Nord assumendo un atteggiamento meno guerrafondaio rispetto ai suoi predecessori ma, nonostante ciò, rimane costantemente sotto accusa per ogni suo tweet o delibera, come nel recente caso di imposizione di dazi doganali su acciaio e alluminio.

I dazi doganali sono delle forme di imposte indirette all’importazione o esportazione di beni e merci tra uno Stato e l’altro e hanno l’effetto di innalzare il prezzo per proteggere e favorire la produzione domestica. Ci sono testimonianze di dazi su testi antichi di 2000 anni fa, anche se i vari trattati internazionali hanno favorito nel secolo scorso la libera circolazione e impedito l’imposizione unilaterale di sovrapprezzi al di sopra di certe soglie.

Attualmente è il WTO (World Trade Organization) a regolare e limitare gli scambi e i dazi, con l’aggiunta di vari accordi tra i Paesi che assumono forme e sigle apparentemente incomprensibili, come NAFTA o CETA, ma che in sostanza regolano la libera circolazione di società e imprese e, di conseguenza, merci e servizi, superando i dettati imposti dalle rispettive normative nazionali.

Secondo i principali esperti, i recenti dazi introdotti dall’amministrazione Trump non dovrebbero pregiudicare la crescita sincronizzata nelle principali macro aree del nostro pianeta, ma si discute sul clima di tensione fra le varie diplomazie dei paesi del G7.

Alcune voci giornalistiche sostengono che l’attacco sia diretto più all’Unione Europea che alla Cina, per via del deficit commerciale che gli Stati Uniti continuano a sopportare nei confronti di molti paesi europei. In particolare, l’atteggiamento mercantilista della Germania che, con l’euro sottovalutato rispetto alla propria economia, si avvantaggia nell’export con un surplus commerciale che sfiora il 9% del proprio PIL, e si protegge grazie alle restrizioni europee all’import di prodotti statunitensi, come nel caso della carne e altri prodotti alimentari messi al bando per ragioni di standard sanitari (anabolizzanti e ormoni).

Gli USA, nel vedere il proprio mercato interno invaso da prodotti e automobili made in Germania, cercano di reagire in modo scomposto e di ottenere dal congresso un maggiore deficit federale e una politica monetaria accomodante, per consentire all’attuale amministrazione di evitare un rialzo dei tassi repentino e il proseguire del ciclo economico espansivo. D’altronde, il motto “America first” (prima l’America) incarna la campagna elettorale che deve rispondere alle domande di maggior reddito della classe media americana, impoverita dalle delocalizzazioni e dalla globalizzazione senza regole.

La verità sta nel mezzo, e si spera che la cooperazione porterà a sanare equilibri che sembrano apparentemente saltare.
È compito della politica riequilibrare le iniquità che la globalizzazione ha portato nella distribuzione dei redditi negli ultimi 20 anni.

 

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