Persone anziane - Alexas Fotos - CC0_Creative_Commons

18 milioni di Italiani sono a reddito basso o privo di occupazione stabile

Italia, una crisi senza fine
di Gianluca Di Russo

Dall’inizio della crisi del 2008, l’Italia presenta il maggiore incremento dei cittadini a rischio povertà nei confronti di tutte le altre nazioni europee. 

Sono circa 18 milioni, secondo i dati Eurostat, gli italiani classificati nel 2016 come persone con reddito basso o prive di occupazione stabile, con la tendenza in aumento nonostante la ripresa economica di quest’anno. 

Negli ultimi nove anni (vedi tabella), il nostro paese ha sbaragliato tutta la concorrenza degli altri paesi dell’Unione, seppure in un triste primato: l’incremento della povertà generalizzata del paese. 

Nello stesso periodo, in controtendenza, il livello di povertà è diminuito in tutti i paesi del blocco est, compresa la Germania, la più grande potenza economica dell’eurozona. 

Eurostat - Aumento delle persone a rischio povertà ed esclusione

Gli Italiani che non riescono ad accedere a un livello minimo di beni e servizi hanno raggiunto il numero di 4,7 milioni, a differenza del 2006 dove gli “indigenti” erano 1,7 milioni, triplicando in meno di un decennio. 

Ricercare le cause di questo disastro sociale appare complicato ed ogni eventuale analisi porterebbe a trascurare fattori rilevanti. Sottolineare alcune evidenze e scelte di politica economica ci aiuta a porre all’attenzione il modello di sviluppo e la visione che possiamo avere del futuro del nostro paese. 

Le divergenze delle varie economie dell’Unione Europea sono esplose a seguito della crisi del 2008: regole e trattati stringenti alla base dell’euro hanno costretto i vari paesi ad adottare misure di austerità, calendarizzate dai programmi di Bruxelles, con l’obiettivo di ridurre l’intervento pubblico in economia, per lasciare al libero mercato gli aggiustamenti macro economici. 

L’Italia ha risentito maggiormente dei tagli alla spesa pubblica e dell’inasprimento fiscale, con il risultato di Pil negativo sia nel 2012 che nel 2013, a differenza degli altri paesi UE che vedevano un trend in ripresa dopo il biennio 2008-2009. 

Nell’impossibilità di adottare politiche espansive per rimanere all’interno dei parametri di Maastricht, l’unica modalità di arginare gli squilibri provocati dalla rigidità del cambio è stata quella di “svalutare internamente”, introducendo forme di flessibilità del lavoro, con l’abolizione  dell’art. 18 e l’istituzione del jobs act. 

Il crollo della produttività italiana nell’ultimo ventennio è un altro dei temi che vengono spesso dibattuti, senza che gli innumerevoli studi economici abbiano risolto in maniera univoca le motivazioni del fenomeno. 

Negli ultimi anni, il divario di produttività all’interno dei paesi dell’Unione è andata aumentando (vedi grafico), a dimostrazione della tendenza che rimarrà immutata nei prossimi anni.

Productivity Gap Europe 

Se consideriamo la storia dell’Italia, sin dalla sua unità e costituzione, abbiamo sempre assistito a un divario di produttività tra il Nord e il Sud del paese: questo divario non è stato colmato in 150 anni di storia e, nonostante i trasferimenti fiscali  del governo centrale verso il mezzogiorno, le divergenze sono rimaste tali nel corso degli anni. 

A livello europeo, stiamo assistendo a quello che i Savoia fecero all’Italia, ma la questione meridionale riguarda, ora, un intero paese.

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