Marchi di società non più italiane

Globalizzazione e declino

Al discount Italia
di Gianluca Di Russo

Il nuovo record del debito pubblico italiano, salito nel mese di marzo alla cifra record di 2.260 miliardi di euro, mostra l’inconvertibile tendenza dell’economia italiana all’interno dello scacchiere europeo nell’epoca della globalizzazione e della nuova normalità. Una normalità costituita da una crescita globale che non arriva al 3%, con ricerca perenne di una sana inflazione che non c’è, nel mezzo di una progressione dei debiti pubblici e privati che hanno raggiunto il 225% del Pil mondiale.
Nel nostro paese, il dato del debito viene affrontato con qualche tecnicismo e partita contabile, per poi spiegare ai giornali e alla comunità economica le prossime mosse del governo.
Il ministro Padoan ha affrontato la questione con un piano di privatizzazioni che riguarda gli ultimi asset spendibili, per racimolare un po’ di gettito una tantum e fare cassa: dalla cessione di quote di Ferrovie ed Eni all’apertura al mercato della cassa depositi e prestiti (Poste spa).
Le resistenze politiche al piano del ministro italiano sembrano più dettate da logiche interne agli equilibri nostrani che da una difesa dei settori nevralgici e vitali per l’indipendenza di un paese, dai trasporti all’energia, dalle telecomunicazioni alle casse dello Stato.
Di certo, sottostare alle continue minacce di manovre correttive che arrivano da Bruxelles non allieta i sonni del nostro governo.
Negli ultimi 15 anni, tra i marchi che facevano etichetta del nostro “made in italy”, ben pochi sono rimasti tra le mani di famiglie o cittadini italiani. Nella grande industria, Pirelli è diventata cinese, mentre Pininfarina indiana, per passare poi a marchi come Ansaldo e Italcementi, finiti in mani giapponesi e tedesche. Nel comparto moda, tutte le grandi firme dell’italian style sono da anni in mani straniere: Fendi e Bulgari al francese Louis Vuitton, mentre all’altro gruppo francese capeggiato da Henry Pinault sono finiti Gucci, Richard Ginori e Pomellato.
All’emiro del Quatar il marchio Valentino, che diede all’Italia il primo splendore già dagli anni ‘70.
La desertificazione dell’industria e dell’economia italiana discende da molteplici fattori che risalgono anche all’incapacità delle aziende a conduzione familiare di dotarsi di un management capace, a discapito del nepotismo tipico delle culture latine, con gli imprenditori di seconda generazione impreparati ad affrontare le sfide dei mercati.
Di contro, la scelta suicida del sistema Italia, di affrontare l’integrazione europea e l’ingresso nell’euro senza il dovuto paracadute, ha consentito ai capitali stranieri di fare la spesa sottocosto, razziando le migliori realtà aziendali del nostro panorama.
L’attrarre capitali dall’estero non sempre si rivela una scelta lungimirante, se gli unici benefici sono quelli di dover svalutare lavoro e diritti come messaggio di benvenuto in Italia.
Dopo dieci anni siamo ancora al di sotto del Pil del 2007, livello pre crisi: ma l’unione monetaria non era nata per preservare il continente dalle cosiddette “crisi importate”?

Stampa

Italian Media s.r.l. - via del Babuino 107, Roma, c.a.p. 00187, p.IVA 09099241003, edita il settimanale Italiani con registrazione al Tribunale di Roma n. 158/2013 del 25.06.2013 - email: info@italianmedia.eu

NOTA! Questo sito utilizza i cookie e tecnologie simili.
Questo sito usa i cookie per migliorare la tua esperienza d'uso e usa cookie di terze parti. Proseguendo nella navigazione si presta implicitamente il consenso all’utilizzo di questi strumenti. Si rimanda alla nostra privacy policy per maggiori informazioni e per la possibilità di negare il consenso.