foto di Stevepb, tratta da pixabay.

Cominciano i test elettorali in Paesi UE

Tra venti di crisi e Brexit in confusione
di Gianluca Di Russo

In base alle nuove stime del FMI, Fondo Monetario Internazionale, l’economia italiana crescerà quest’anno dello 0,8%, senza considerare tutti i fattori che possono influenzare tali numeri, in ogni caso inferiori alle stime indicate dal governo nel DEF (documento economia e finanza) che prevede una crescita italiana al 1,1% per il 2017.
Una crescita considerata ancora molto bassa, alla pari con quella di molti altri paesi dell’area euro, come Francia, Spagna, Grecia, Portogallo e Finlandia. Si direbbe che siamo in buona compagnia se consideriamo che la Germania e l’Olanda, in modo parziale, hanno previsione di crescita superiore al 2%.
Negli ultimi due anni il FMI sembra aver attutito i toni e le misure di analisi nei confronti dei paesi reticenti alle ricette consigliate: in parte perché le stesse si sono rilevate vane ai fini di occupazione e di reflazione, in parte perché i paesi coinvolti sono molto più ingombranti rispetto al vecchio acronimo dei PIIGS datato ormai qualche anno.
La Francia, ormai prossima alle elezioni più importanti dell’ultimo trentennio, cavalca la scia della stagflazione da vari anni, con deficit e disoccupazione in aumento; rimanendo per “grandeur” attaccata al carro tedesco che poco si cura dei problemi sociali che l’Europa sta attraversando negli ultimi dieci anni.
Tra i fattori di instabilità per i mercati e per l’architettura europea, il paese transalpino rappresenta la minaccia maggiore, a causa dei venti populisti del front national di Marine Le Pen.
Molto più a Nord, c’è un piccolo paese come la Finlandia che conta appena 5,5 milioni di persone e pesa per l’1,4% del Pil dell’unione, unico paese scandinavo a entrare nell’unione monetaria nel 1999. Di certo gli austeri finnici, a differenza dei PIIGS, non sono stati mai tacciati di corruzione, di inefficienza e di familismo, epiteti sempre rivolti agli indebitati paesi latini, nonostante ciò la Finlandia è l’unico paese scandinavo in crisi da 4 anni, con un tasso di disoccupazione in salita al 9,4%, cifra mai vista per quei territori da sempre presi ad esempio come nazioni socialdemocratiche con welfare eccellenti.
La cura consigliata è sempre la stessa: taglio al welfare, svalutazione dei salari e del lavoro, maggiore competitività, ricette che ormai non trovano consensi neanche nelle commissioni di Bruxelles. Nel 2008, il paese aveva un debito pubblico del 32% del Pil, mentre lo scorso anno si è superato il livello del 60% per compensare, attraverso politiche sociali distributive, la perdita continua di posti di lavoro. In sostanza, la Finlandia non riesce a sostenere, come altri paesi, la forza dell’euro e gli squilibri che la moneta unica comporta nell’attuale quadro istituzionale ed economico.
Le avvisaglie di protezionismo e i fattori di incertezza di certo non aiuteranno tutti i paesi in difficoltà ad uscire dal momento di crisi; se il paese principe come gli USA mette le briglie alle importazioni, attraverso politiche mirate di dazi doganali, tutta l’Europa a impronta tedesca, orientata alle esportazioni, vedrebbe cadere il castello di carta sulla quale si basa l’unione monetaria.
Mentre il presidente Trump guadagna consensi ed il Regno Unito negozia i trattati gli europei attendono novità e gli italiani si affidano alla sorte.

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