Il ministro del lavoro Giuliano Poletti. Fonte: www.governo.it

Non solo dibattito. E’ tempo anche di scelte!

Pensioni: no alla questua
di Giorgio Castore

E’ in corso in questi giorni l’assedio della stampa al ministro del lavoro Giuliano Poletti, per conoscere nel dettaglio, oltre che i destinatari, anche gli importi dettagliati di alcuni istituti pensionistici previsti nell’accordo del 28 settembre scorso. Si tratta di importi importanti, 6miliardi in tre anni, e quanto al conoscere numero dei destinatari e relativi importi precisi: dobbiamo pazientare ancora un po’.
Alcuni di noi, tra i più anziani, hanno potuto avere notizia diretta di condizioni di vita lavorativa oggi inimmaginabili, quelle legate alla schiavitù.
A me personalmente capitò di assistere nel 1999 ad una trasmissione televisiva, in cui un signore, all’epoca molto anziano, rispondeva a domande postegli dal giornalista sulle sue condizioni di vita, in un tempo in cui era ancora schiavo!
Ero in Brasile, a San Paolo, e la trasmissione della Rede Globo cui assistevo era un servizio giornalistico sulle condizioni di vita delle popolazioni del nord del Paese.
Ascoltare la testimonianza dell’intervistato sulle sue condizioni di vita da bambino schiavo mi sconvolse e, incredulo, mi indusse a verificare.
All’epoca, anche “Veja” il settimanale più letto in Brasile, conduceva un’inchiesta sulle forme indirette di schiavitù cui erano sottoposte le popolazioni più povere dell’Amazzonia.
Il suo racconto era riferito ai primi venti anni del 1900 e, tutto sommato, poteva essere veritiero, considerando che l’ultima delle tre leggi che abolivano la schiavitù in Brasile, la “Lei Aurea”, era stata promulgata soltanto nel 1888.
Non si sconvolga il lettore, non faccio parte della schiera pro o contro Renzi a tutti i costi: un mio grande sogno è quello di poter esprimere un parere su un argomento, senza, per questo, trovarmi automaticamente ed inconsapevolmente iscritto tra i renziani o tra i loro antagonisti.
La citazione dell’episodio, per quanto inconsueto, è utile ad evidenziare quanto la variabile tempo sia importante nel contesto in cui ci poniamo, per esprimere una opinione sul nostro sistema previdenziale, e soprattutto sull’obiettivo di voler mantenere separati i concetti di previdenza ed assistenza, così come prevede l’accordo del 28 settembre scorso prima citato.
Negli ultimi decenni, le modifiche al nostro sistema pensionistico delle previdenza obbligatoria hanno avuto come obiettivo quello di sostituire un meccanismo per il calcolo dell’importo dell’assegno di pensione basato sul sistema retributivo con uno basato su quello contributivo.
Il punto di partenza della riforma del sistema previdenziale obbligatorio si colloca così nel 1995, con la riforma Dini (legge 335/1995), con cui per la previdenza obbligatoria fu avviata una prima transizione dal sistema retributivo a quello contributivo che fu accompagnata anche da un parziale riordino dei relativi enti preposti alla gestione, primo tra tutti l’INPS. Per i pubblici dipendenti fu creato l’INPDAP, oggi assorbito dall’INPS.
Quella riforma introdusse anche il cosiddetto secondo pilastro del sistema, quello della previdenza complementare, che consente, in aggiunta al trattamento obbligatorio, la costituzione di forme di pensionamento complementare con l’adesione del lavoratore, volontaria e collettiva, ad enti creati a quello scopo, sotto la vigilanza della COVIP, commissione di vigilanza sui fondi pensione.
La riforma Dini, lo sottolineiamo, eravamo nel 1995, era maturata nel corso di anni nei quali si era verificata la necessità di modificare un sistema previdenziale in cui gli importi degli assegni della pensione non erano finanziati dai contributi degli accantonamenti degli aventi diritto, ma dai contributi di quelli in servizio. Un sistema che non reggeva più!
Una speranza di vita media, quella calcolata negli anni 50 del secolo scorso, prima della riforma Dini, di 70 anni, che comportava un basso costo a carico del sistema previdenziale, alimentato dai contributi di tutti i lavoratori in attività, perché durava quei pochi anni che intercorrevano dalla data di collocamento a riposo per anzianità (65 anni quasi per tutti) fino, in media a 70 anni appunto. Il peso delle pensioni erogate allora rimaneva a carico del sistema previdenziale solo per 5 anni in media, un importo ed un tempo ridotti, la cui erogazione ai beneficiari trovava equilibrio, allora, con i contributi corrisposti dai lavoratori in attività.
Un equilibrio che con l’andare del tempo è divenuto sempre più precario a causa del variare dei grandi numeri, a cominciare dalla speranza di vita alla nascita passata dai 70 anni del 1950 per i maschi ai 77 anni nel 2001 ai 79,5 nel 2011, per poi arrivare agli 80,1 nel 2015 (per le femmine negli stessi anni sono risultati rispettivamente di 83 anni, 84,7 e 84,7).
La riforma Fornero, governo Monti 2011-2013, nota al grande pubblico quasi esclusivamente per gli “esodati”, un numero di lavoratori, tanto piccolo, ma un episodio con effetti tanto disastrosi, ha chiuso il cerchio della riforma della previdenza obbligatoria, avviata con la riforma Dini dal lato del versante contributi.
Oggi rimane in piedi, però, la valutazione dei suoi effetti: in primo luogo la netta separazione tra previdenza obbligatoria, con tutte le forme contrattuali anche successive alla riforma, come ad esempio il Jobs Act, il cui finanziamento dovrebbe essere a carico degli accantonamenti effettuati nel corso della vita lavorativa per pagare la propria pensione in godimento, ed assistenza, questa sì da finanziare con la fiscalità generale da destinare a coloro che si trovano in condizioni di assenza o insufficienza di reddito.
E’ questo il punto dell’accordo del 28 settembre che è stato rinviato. Riteniamo che sarebbe necessario affrontarlo al più presto.

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