Il ministro Graziano Delrio, Il presidente del consiglio Matteo Renzi, il ministro Pier Carlo Padoan. Foto Palazzo Chigi (Creative Commons BY-NC-SA 2.0)

Politici e media si occupano di una ipotetica crescita che non ci sarà

L’inganno della crescita
di Massimo Predieri

Mio padre non si fidava molto delle statistiche. Diceva: se io mangio un pollo e tu niente, la statistica dice che mangiamo mezzo pollo per uno.
Questa sua battuta mi viene in mente quando leggo sulla crisi economica e sulla necessità di fare ripartire l’economia, ossia la crescita. I titoli allarmanti dei notiziari dicono “Il Pil è tornato al livello di 10 anni fa”. Non dovrebbe essere un dramma e mi chiedo: se eravamo un paese ricco 10 anni fa, oggi che il Pil è allo stesso livello, perché dovremmo essere più poveri?
Forse 10 anni fa mangiavamo mezzo pollo ciascuno, mentre oggi c’è chi mangia un pollo intero, e chi niente. La questione della crisi non è quindi un impoverimento diffuso, ma il fatto che alcuni (la maggioranza) sono diventati più poveri, mentre una piccola minoranza è diventata più ricca, molto più ricca.
C’è stranamente un consenso raro, forse unico, su come uscire dalla crisi economica: la crescita. Lo proclamano i vertici del governo, le associazioni imprenditoriali, gli esperti di finanza, ma anche i sindacati, le banche centrali, i partiti di destra, quelli di sinistra, i populisti, e i democratici. Mentre su tutti gli altri argomenti litigano in maniera furibonda, su questo sono sorprendentemente d’accordo: bisogna tornare a crescere.
Questa fiducia cieca nella crescita nasce dall’esperienza vissuta nel mezzo secolo dopo la seconda guerra mondiale. In quel periodo la crescita economica era tale da assicurare sia buone rendite per il capitale e gli investimenti, sia il crescente benessere della popolazione. Insomma la crescente disuguaglianza tra ricchi che vivono di rendite, investimenti e speculazioni e la grande massa dei cittadini che vive del proprio lavoro o dei frutti di questo (pensionati) veniva compensata da una crescita positiva, certo maggiore per i ricchi e minore per il ceto medio e i poveri, ma pur sempre una crescita. Sotto una certa soglia, e ancor più nella stagnazione, questo meccanismo non funziona più.
Purtroppo, ad esaminare con un po’ di lucidità gli sviluppi, è chiaro che la stagnazione continuerà e non ci sarà nessuna crescita. Lo dicono rinomati esperti di economia (Thomas Piketty), ma lo possiamo verificare anche personalmente: molti aspetti del mondo che ci circonda hanno ormai superato abbondantemente i limiti tollerabili e non possono crescere ulteriormente: il cibo che mangiamo, i rifiuti che produciamo, le automobili in circolazione, le case e le città che occupiamo, l’energia che consumiamo, con tutte le loro malefiche conseguenze sull’ambiente che ci circonda: inquinamento dell’aria e del mare, impatto ambientale, cementificazione, problema della smaltimento dei rifiuti, ecc.
E’ inutile che i massimi vertici governativi nazionali ed internazionali litighino sui decimali della crescita: 0,8 o 0,9% (Huffingtopost 21 settembre 2016). Stiamo parlando di differenze abbondantemente sotto il margine di errore, in parole povere: dati insignificanti. La crescita non c’è, né ci sara più, facciamocene una ragione.
Invece di fare lo struzzo e ficcare la testa nella sabbia, aspettando una salvifica ma fantomatica crescita, sarebbe più opportuno quindi discutere su un nuovo modello economico che arresti la galoppante crescita della differenza dei redditi, della disuguaglianza, in modo di frenare l’impoverimento di una grande fascia di popolazione, e magari offrire l’opportunità di tornare ad un livello di vita dignitoso. Qualche proposta in tal senso l’ha scritta Thomas Piketty nel suo discusso saggio Il Capitale del XXI Secolo. Forse se ne potrebbe cominciare a parlare concretamente, anche fuori dagli ambiti accademici e dai salotti di esperti, e provare ad inserirla nei programmi politici di chi si candida a governarci.

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