Grafico: GBR: Saldo partite correnti / PIL

Dietro la campagna: tra dichiarazioni e sottintesi

Brexit: genesi della deriva
di Gianluca Di Russo

A sorpresa il popolo britannico ha votato per il “Leave”, per uscire dalle regole e dai trattati europei sanciti in passato dal governo inglese.
L'uscita della seconda potenza economica dell'Unione ha portato sconforto e reazioni isteriche da parte di tutte le figure politiche e di vari commentatori.
La sorpresa sembra aver colpito in parte gli stessi governanti del Regno Unito che, per manovre tattiche, avevano indetto il referendum sulla Brexit più per l'ottenimento di condizioni ancor più favorevoli che per una decisa e puntuale strategia di uscita per l'isola britannica.
La campagna mediatica per il “leave” è stata condotta senza particolare enfasi anche da parte dei pochi schieramenti anti europeisti, ma l'evidenza del risultato porta ad alcune riflessioni più profonde.
Nella società d'oltre manica, la continua finanziarizzazione dell'economia, partita dagli anni ‘70 di tatcheriana memoria, è stata sempre di più assecondata, rendendo la city di Londra epicentro finanziario del mondo occidentale, relegando le attività produttive industriali a mero contorno, in un territorio dove la produzione nazionale di beni e merci è stata sempre di più soppiantata da servizi e scambi collegati alla finanza.
Il Regno Unito ha sempre guardato con diffidenza l'Unione Europea e la costruzione monetaria, con il risultato di aver messo un piede all'interno con un'adesione parziale, avvalorata dalla conservazione della sterlina e dalla negazione degli accordi di Schengen, con accordi ad hoc sulle tematiche più delicate per gli interessi dei sudditi del Regno.
L'impatto delle regole comunitarie sui temi di pesca ed agricoltura, abbinate alla desertificazione industriale degli ultimi anni, hanno provocato un risentimento molto forte da parte della working class (classe operaia) nei confronti delle politiche liberiste e dei burocrati di Bruxelles, con il risultato di aver democraticamente deciso di lasciare un elefante portatore esclusivo di impoverimento e razzie.
A livello macro economico, il Regno Unito, grazie al suo ruolo di hub finanziario, è divenuto il principale polo di attrazione di capitali, con relativi bassi interessi, solidità economica e debito pubblico sotto controllo.
Attraverso il reimpiego dei capitali attratti, in attività di investimento all'estero, il paese è riuscito a tenere in equilibrio il proprio saldo commerciale (import-export).
Nella tabella allegata si nota che dal 2011, anno di inizio delle politiche di austerità da parte della troika e dei governi dei principali paesi europei, il deficit commerciale inglese esplode portando l'indebitamento privato a livelli superiori al 4% rispetto al Pil, livello di guardia oltre il quale la tenuta del sistema paese viene messa a rischio sistemico.
Nell'evidenza dei dati, il paese aveva già urgente bisogno di svalutare la moneta ed impedire di entrare in una spirale del debito alla stessa stregua della Grecia.
La crisi di domanda e le politiche di austerità europee hanno avuto come conseguenza un'invasione di beni e merci per 118 miliardi di euro nei confronti degli inglesi, senza la necessaria contropartita, in termini di guadagni finanziari o export commerciali, da rappresentare quell'equilibrio che fa dell'economia internazionale la base per la pace e la convivenza dei popoli.
La “perfida Albione”, forse senza volerlo, ha assunto la legittima difesa di distaccarsi da un'Unione la cui costruzione tecnocratica minacciava la tenuta dei conti e della sovranità del Regno Unito.
Il riavvicinarsi di alcuni corsi e ricorsi storici fa riflettere e ricordare che l'Inghilterra ha sempre scelto bene i suoi partner e vinto sempre le sue guerre.

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