La Torre di Londra (Tower of London) storico castello situato sulla riva nord del Tamigi nel centro di Londra. Foto di Prospero Sapone

Brexit: il silenzio dei potenti
di Gianluca Di Russo

Tra elezioni amministrative ed europei di calcio, nel nostro paese prevale il fattore domestico e le cronache trascurano l'evento più importante dell'anno: il referendum per i cittadini del Regno Unito sulla permanenza nell'Unione Europea.
I sudditi di sua maestà hanno espresso, attraverso la consultazione del 23 giugno, la volontà di determinare democraticamente se sottostare o meno a vincoli e regole imposte dalla burocrazia di Bruxelles, con tutte le conseguenze che l'uscita della seconda economia dell'Unione provocherebbe per il progetto di integrazione europea.
Molti si chiedono come mai un paese che ha mantenuto la sua moneta, conservato accordi più o meno morbidi rispetto agli altri paesi aderenti, possa chiedere di uscire, per svincolarsi dai lacci e lacciuoli che le regole Europee comportano.
Che gli isolani in genere, e nello specifico i Britanni ancor di più, siano popoli votati all'autodeterminazione e all'orgoglio nazionale lo sostiene la storia, ma che i sondaggi pre referendum vedano premiare la Brexit (uscita dall'UE) è questione che va analizzata soprattutto per le conseguenze politiche ed economiche che si estenderanno a tutto il continente.
Le reazioni dei leader europei, da buoni politici consumati, sono all'insegna del silenzio, per non esporre proprie considerazioni e soluzioni sul futuro di una Unione Europea che inizia a far acqua da tutte le parti, sia in termini politici sia in termini economici, con i dati di disoccupazione, recessione e deflazione che ricorrono periodicamente.
I diktat più minacciosi arrivano, come sempre e più spesso accade, dal ministro tedesco Schauble, che sostiene un Regno Unito, in caso di Brexit, senza più accesso al mercato unico, privato di scambi e libera circolazione di merci e persone, con la eventuale riscrittura di regole ad hoc per i rapporti tra l'Unione e l'Inghilterra.
Da un punto di vista strettamente democratico, mal si comprende perché un esercizio disciplinato dall'art. 50 del trattato di Lisbona debba suscitare queste minacce, alimentate dalle proiezioni catastrofiche per l'economia inglese in caso di uscita.
Forse chi minaccia sa bene che l'economia inglese, con i suoi 2.658 miliardi di Pil, rappresenta quasi il 20% dell'intero Pil dell'Unione, e che la Germania è il principale esportatore nei confronti del Regno d'oltre Manica.
Appare almeno logico non minacciare un paese che garantisce 118 miliardi di esportazioni per le merci europee e tedesche in particolare, e mai si è visto al mondo imporre dei dazi a chi compra i tuoi prodotti.
Nonostante la concreta minaccia per il progetto europeo, il governo tedesco nega ogni concessione in termini di maggiore integrazione e distribuzione delle risorse accumulate grazie alla moneta unica, rigettando al mittente anche le parole espresse liberamente dal nostro ministro Padoan, che per la prima volta si è lasciato andare sull'inutilità dell'euro in un contesto di mancata condivisione dei rischi da parte di Berlino.
L'esito del voto provocherà tensioni e instabilità nei mercati nel breve periodo, ma al di là di inevitabili oscillazioni e riposizionamenti dei capitali finanziari in cerca di stabilità e profitto, chi ne esce sconfitto è il disegno europeo, con la presa di coscienza da parte dei popoli che l'euro così concepito è solo uno strumento adottato da forze avverse al bene dei cittadini.
Aspettiamo il 23 giugno… dinanzi al silenzio dei potenti.

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