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Papa Francesco e san Francesco
di Antonello Cannarozzo

Con grande partecipazione di popolo, papa Francesco, rompendo ormai come sua abitudine, gli schemi plurisecolari della Chiesa, ha voluto aprire di fatto l'anno Giubilare nella cattedrale di Bangui, la capitale della repubblica Centrafricana, con una settimana di anticipo rispetto alla cerimonia vaticana, un omaggio ai più poveri del mondo dando loro una speranza di riscatto.
Molti hanno voluto accostare l'opera del papa con il santo di cui porta il nome, Francesco, dove misericordia e perdono sembrano ormai essere il punto fondamentale della sua pastorale, dimenticando che per il santo, dai documenti che abbiamo, la misericordia doveva essere sempre accostata alla giustizia e al perdono la penitenza, ma i tempi cambiano e tante cose si dimenticano troppo presto.
La figura del santo di Assisi è ormai da tempo vista come un ecologista, un pacifista, un rivoluzionario, un uomo del dialogo ecumenico e così via, ma in realtà san Francesco, rileggendo la sua vita scritta dai contemporanei, non appare poi così accomodante come vorrebbero farlo apparire, ma era un uomo di Dio fermo nella fede e nella dottrina.
Ad esempio si narra spesso della sua apertura nel dialogare, un ecumenismo ante litterem, con i mussulmani, in realtà le cose non stanno proprio come viene raccontato.
Leggiamo in proposito dell'incontro con il sultano d'Egitto, al-Kamil, l'episodio è riportato al numero 2691 delle Fonti Francescane, una raccolta di testi riconosciuta e approvata dalla Chiesa sulla storia dell’Ordine francescano e i suoi protagonisti.
Francesco, nell’agosto del 1219, era a Damietta, presso la foce del Nilo, in Egitto, dove da due anni era in corso la quinta crociata e il santo era andato a sostenere questa impresa per la liberazione del Santo Sepolcro.
In questo clima di guerra Francesco ottenne dal legato pontificio il permesso di poter passare, durante la tregua tra l'agosto e il novembre di quell'anno, nel campo saraceno, per incontrare, disarmati, a loro rischio e pericolo, lo stesso Sultano.
Al Kamil sottopose al santo una serie di domande tra cui: “II vostro Signore insegna nei Vangeli che voi non dovete rendere male per male, e non dovete rifiutare neppure il mantello a chi vuol togliervi la tonaca, dunque voi cristiani non dovreste imbracciare armi e combattere i vostri nemici”.
Rispose allora il beato Francesco: “Mi sembra che voi non abbiate letto tutto il Vangelo. Il perdono di cui Cristo parla non è un perdono folle, cieco, incondizionato, ma un perdono meritato.
Gesù infatti ha detto: “Non date ciò che è santo ai cani e non gettate le vostre perle ai porci, perché non le calpestino e, rivoltandosi, vi sbranino”.
Infatti, il Signore ha voluto dirci che la misericordia va dispensata a tutti, anche a chi non la merita, ma che almeno sia capace di comprenderla e farne frutto, e non a chi è disposto ad errare con la stessa tenacia e convinzione di prima.
Altrove, oltretutto, è detto: “Se il tuo occhio ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo lontano da te”. E, con questo, Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell’occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall’amore del nostro Dio.
Proprio per questo, i cristiani agiscono secondo massima giustizia quando vi combattono, perché voi avete invaso delle terre cristiane e conquistato Gerusalemme, progettate di invadere l’Europa intera, oltraggiate il Santo Sepolcro, distruggete chiese, uccidete tutti i cristiani che vi capitano tra le mani, bestemmiate il nome di Cristo e vi adoperate ad allontanare dalla sua religione quanti uomini potete. Se invece voi voleste conoscere, confessare, adorare, o magari solo rispettare il Creatore e Redentore del mondo e lasciare in pace i cristiani, allora essi vi amerebbero come se stessi”.
Insomma, in un colpo solo Francesco, il santo prediletto da Dio, che era già divenuto frate e preso i suoi voti, difese l’opera dei crociati e propose al sultano la conversione. Non riuscì come sappiamo a convertire il sultano, ma lo stesso lo riconobbe come un sant’uomo e lo trattò con rispetto.
Così "il Poverello" tornò all'accampamento senza apparentemente frutti da questa missione, ma rimase fedele al suo Signore Gesù senza abiurare con inutili chiacchiere davanti chi la pensava in maniera differente. Fuori dagli insegnamenti evangelici, non accettava compromessi, preferiva morire da martire che accettare anche minimamente tradire con la missione di cristiano.

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