Advent and Triumph of Christ (or Seven Joys of Mary) Distributed by DIRECTMEDIA Publishing GmbH

Un appuntamento imperdibile

Hans Memling alle scuderie del Quirinale, Roma
di Eugenio Costantini

C’è un storia singolare che nel ‘400 lega l’Italia alle Fiandre. E’ una storia fatta di mercanti, di ricchezze inimmaginabili e di pittori dalle straordinarie capacità. Ma non possiamo raccontarla tutta questa storia, allora ne raccontiamo solo una parte, l’ultima. Quella in mostra alle Scuderie del Quirinale di Roma. E’ la storia di Hans Memling.
Nella seconda metà del XV secolo, Bruges è una città ricca e operosa che può contare sul porto più importante dell’Europa settentrionale. Vi attraccano navi cariche di mercanzie meravigliose, navi veneziane e genovesi prima di tutto, poi anche catalane e di altre provenienze. Ogni volta è una festa. Non durerà in eterno, ma in quegli anni, quando il denaro scorre a fiumi, immaginiamo che nessuno se ne preoccupi, di certo non gli uomini più importanti che controllano la città, che, allo stesso modo delle navi, principalmente sono italiani. Come ad esempio Tommaso Portinari.
Giovane rampollo di una ricchissima famiglia toscana, si trova a Bruges come vicedirettore del Banco dei Medici. Ha ambizioni smodate, ma a Firenze non lo vedono di buon occhio. E a ragione. Il prestito non garantito che concede a Carlo il temerario è la miccia che porta alla bancarotta della filiale. Tommaso, comunque, non perde occasione per condurre una vita sontuosa e commissionare ritratti e opere votive ai migliori pittori presenti a Bruges. E tra loro, ovviamente, c’è anche Hans Memling.
Virgin with Child between St. James and St. Dominic (1488–1490). Own work, PHGCOM, 2009Eccolo il nostro pittore. Nato in Germania, dopo il primo apprendistato si trasferisce a Bruxelles nella bottega del grandissimo Van der Weyden. Poi è la volta di Bruges. Vi arriva intorno ai 30 anni, nel 1465. Per dipingere. E dipinge talmente tanto che di nessun altro artista fiammingo abbiamo un numero così elevato di opere certe, circa 90. Il successo lo rende ricchissimo. Nel giro di pochi anni, il suo nome è nell’elenco degli uomini più agiati della città. E andrà avanti così fino al momento della morte, nel 1494.
La produzione di Memling è una galleria ininterrotta di ritratti, pale d’altare, opere devozionali e polittici di ogni forma e dimensione. Tutti immersi in una atmosfera rarefatta, elegante e lontana. Sono due gli elementi per così dire ‘innovativi’ della sua arte: gli sfondi naturalistici e una certa espressività dei volti umani.
E’ da poco che la pittura ha ripreso a parlare dell’uomo e dei suoi stati d’animo e qui nelle Fiandre, ancor prima che in Italia, il successo è tale da trasformare questa predilezione in una moda. Complici, la tecnica squisita e raffinata e, probabilmente, la pittura a olio, da cui discende il trattamento impalpabile delle sfumature. In fondo, per raccontare la nuova società di borghesi ricchi e opulenti non c’è niente di meglio della sorprendente capacità dei fiamminghi di perdersi nei dettagli e nel compiacimento. E Memling sembra riuscire nell’intento meglio di quasi tutti i suoi contemporanei.
Con le sue straordinarie capacità tecniche, cristallizza e perpetua lo stile dei grandi maestri, primo fra tutti Jan Van Eyck. Non raggiunge, o forse non gli interessa raggiungere, la sua meravigliosa resa introspettiva, ma ne raccoglie la ricca configurazione degli interni, il tratto secco dei panneggi, la disposizione della composizione. E non cambia mai, anzi si specializza a tal punto che non è difficile riconoscere nelle sue pale modelli che, una volta elaborati e messi a punto, si ripetono, magari differenziandosi solo per il diverso orientamento. Una stessa Madonna si presenta ora con il capo reclinato a sinistra, ora a destra, uno stesso Gesù Bambino ora con il braccio sinistro alzato, ora con il destro, e così via. Sembra quasi di vedere il cliente che arriva nella bottega del pittore e a partire dai modelli disponibili ‘compone’ la pala devozionale dove si farà poi ritrarre come donatore. Eppure, questo non impedisce mai a Memling di dare umanità ai suoi volti, che nelle scene devozionali e ancor più nei ritratti si presentano con una accuratissima resa fisiognomica e lo sguardo assorto, rivolto verso un punto indefinito tra l’interiorità e l’orizzonte.
Last Judgement, Triptych, Oil on wood, 1466–1473. National Museum, Gdańsk. Uploaded by Eugene aMa ci sono alcuni momenti della produzione di Memling che offrono un saggio di maggiore forza concettuale. Sono quelli delle grandi commissioni, come nel caso del Trittico del Giudizio Universale.
L’imponente pala - che purtroppo non è potuta arrivare fino a Roma, ma ne è stata allestita una interessante riproduzione - è una complessa opera dove la figura umana viene declinata secondo tutti gli scorci possibili. Voluta da Angelo Tani, rappresentante dei Medici a Bruges, per celebrare le proprie nozze, fu ultimata solo dopo che questi lasciò la città fiamminga. Il suo successore, Tommaso Portinari - ritroviamo così il nostro manager - la spedì in Italia via mare, ma la nave fu intercettata dai pirati anseatici e il trittico donato ai marinai di Danzica. Ancora oggi, nel museo della città polacca, le figure dei ricchissimi fiorentini della Bruges del XV secolo fanno capolino tra la teoria di corpi risorti in attesa del giudizio supremo.
Il nostro Portinari lo ritroviamo di nuovo come committente inginocchiato ne La Passione di Cristo, uno squisito racconto simultaneo dove in una Gerusalemme idealizzata si passa dalla notte al giorno per seguire gli ultimi momenti della vita terrena del Salvatore. Qui sembra confluire tutta la tradizione della miniatura nordica ed è un piacere per l’occhio vagare tra le scenette in cerca di dettagli e curiosità. L’opera è arrivata prestissimo in Italia, tanto che nel XVI secolo Vasari la cita come appartente ai Medici.
Dunque, Memling è il pittore giusto, nel posto giusto e al momento giusto. Realizza opere commerciali quanto basta e riesce così a scrivere una pagina importante della storia dell’Arte e a lasciarvi un segno indelebile e duraturo.
Ecco la mostra delle Scuderie del Quirinale parla di tutto questo e, a chi è cresciuto allenando l’occhio sulla lezione del classico, dice di un modo di fare pittura che, nonostante il successo, appare distante dalla sensibilità italiana. Non è una sensazione nuova. Quella distanza è tale che già Leonardo e Michelangelo ne diedero giudizi sferzanti. ‘Bei dipinti, ma adatti a fare piangere le beghine’ secondo il maestro di Vinci, ‘pittura fatta soltanto di stracci, capanni, verdura di campi, ombre d’alberi e ponti e fiumi, che dicono paesaggi, con tante figure sparse qua e là...senza regola ne arte, senza simmetria ne proporzioni’ per il Buonarroti. Eppure, questa pittura per ‘beghine’ fatta ‘senza regola ne arte, senza simmetria ne proporzioni’ grazie ai ricchi banchieri e mercanti è arrivata in Italia e il singolare incontro tra questi mondi artistici in apparenza inconciliabili ha contribuito alla creazione di uno stile italiano nella cui egida sono stati composti diversi inarrivabili capolavori - si pensi tra tutti ai dipinti di Giovanni Bellini e Antonello da Messina. Per questo, per chi ha avuto poche occasioni di vedere dal vivo le opere dei fiamminghi, questa mostra è un appuntamento imperdibile.
Scuderie del Quirinale, Roma, fino al 18 gennaio 2015

Stampa

Italian Media s.r.l. - via del Babuino 107, Roma, c.a.p. 00187, p.IVA 09099241003, edita il settimanale Italiani con registrazione al Tribunale di Roma n. 158/2013 del 25.06.2013 - email: info@italianmedia.eu

NOTA! Questo sito utilizza i cookie e tecnologie simili.
Questo sito usa i cookie per migliorare la tua esperienza d'uso e usa cookie di terze parti. Proseguendo nella navigazione si presta implicitamente il consenso all’utilizzo di questi strumenti. Si rimanda alla nostra privacy policy per maggiori informazioni e per la possibilità di negare il consenso.