Rovine di Cirene /https://commons.wikimedia.org/wiki/File:CireneSantuarioApollo01.jpg)

L'uomo che riteneva variabili i concetti di giusto e ingiusto 

Carneade, chi era costui
di Giuseppe Stipo

“Carneade! Chi era costui? ruminava tra sé don Abbondio”, si legge al cap. VIII de I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni.

Carneade, nato il 213 a. C. a Cirene in Libia, dove fiorì una scuola filosofica di derivazione socratica e sofistica -detta appunto cirenaica-, fu filosofo e anche impegnato oratore (si dice dimenticasse di cibarsi per preparare i suoi discorsi).

Avendo, come Socrate, esposto sempre oralmente le sue dottrine attraverso i discorsi, la ricostruzione del suo pensiero ci è giunta frammentariamente solo attraverso gli scritti di Cicerone, Plutarco e Sesto Empirico.

Cicerone, nel De republica riporta le due orazioni pronunziate da Carneade nel 155 a.C., quando si recò a Roma quale ambasciatore di Atene per perorare il perdono, essendo stati gli ateniesi multati per aver saccheggiato la vicina cittadina di Oropo. Davanti a una folla, tra cui molti senatori, fu applaudito in occasione della prima orazione, in cui lodava la giustizia come legge universale e base della vita civile. Ma qualche giorno dopo, nella seconda orazione, Carneade volle porre in evidenza che saggezza e giustizia non vanno d’accordo: se tutti i popoli dominatori, innanzitutto i Romani capi del mondo, avessero voluto essere giusti con il rendere le altrui proprietà, avrebbero dovuto ritornare come poveri alla vita nelle capanne. I senatori romani si infuriarono a tal punto da espellerlo da Roma ( “E tu fòri! ma addirittura da sta città! tempo ventiquattr’ore devi lascià Roma! perché non te capisco quanno parli!”, dal film Scipione detto anche l’Africano, 1971).

Carneade, come filosofo, era uno “scettico” (sképsis in greco significa dubbio), corrente di pensiero nata con Pirrone (365-275 a. C. ), pensatore giunto sino in India al seguito di Alessandro Magno, il quale sostenne l’impossibilità che ci siano cose vere o false, belle o brutte, giuste o sbagliate in sé: sono solo le opinioni degli uomini a rendere le cose buone o cattive, come è dimostrato dalla molteplicità delle filosofie, fra le quali una sostiene l’opposto dell’altra.

Da ciò Carneade deduce che le nozioni di giusto e ingiusto sono variabili non solo da città a città, ma nella stessa città in tempi diversi; come esempio portava che mentre per alcuni il furto è ingiusto, per altri non lo era, come per i pirati dell'Illiria che assaltavano e saccheggiavano le navi.

Rifacendoci ai giorni nostri, Carneade, ancorché sconosciuto ai più (chi era costui? si domandava Don Abbondio), forse diceva il vero quando, duemila anni or sono, affermava che tra gli uomini la giustizia è un fatto soggettivo e non esiste una giustizia universale valida per tutti.

Infatti negli anni trenta del secolo scorso il fascismo era un imperativo (tutti gli italiani dovevano essere iscritti al fascio) mentre oggi è un termine dispregiativo e addirittura viene penalmente condannata l’apologia del fascismo.

E così anche, a differenza di oggi, l’adulterio della moglie era penalmente condannato, sia pure a querela del marito tradito.

Attualmente assistiamo ad un acceso contrasto di opinioni su più di un tema:

- è giusto o ingiusto accogliere indiscriminatamente le masse di profughi che asseriscono di aver dovuto lasciare il proprio paese per persecuzione politica?

- è giusto o ingiusto revocare le concessioni e nazionalizzare i servizi di pubblico trasporto, prendendo occasione dal crollo del ponte di Genova affidato alla gestione di un concessionario privato?

- è giusto o ingiusto quanto avviene all’interno dell’Unione Europea nei riguardi degli stati membri?

- è giusto o ingiusto tenere aperti i negozi nei giorni festivi?

Secondo Carneade, il quale dubitava su tutto [1] (si dice che tendesse a mutare pensiero nel raggio di un breve tempo: diceva una cosa convincente un giorno ed il suo contrario, altrettanto convincente, il giorno dopo), nessuno può affermare con certezza ciò che è giusto e ciò che non è giusto, ma deve sostituire alla “certezza” la “probabilità” e non dire: questo è giusto, ma dire: questo è probabile che sia giusto.

Nessuna teoria può essere data per scontata, essa potrà sempre essere negata e si troveranno ragioni plausibili per questa negazione. Gli opposti sono ugualmente veri e ugualmente falsi.

E siccome non si può pervenire ad un’unica, vera soluzione di un problema, un soggetto, per decidere o agire, ricorre al criterio dell’utilità: tra due opposte soluzioni accoglie quella che appare più utile, nel senso che si determina sulla base dell’utile che ne può derivare.[2]

Altri scettici, siccome nulla è veramente indubitabile, se ne lavano le mani (v. Ponzio Pilato), cioè restano indifferenti e lasciano che altri giudichino o agiscano, come è dato assistere anche oggi vedendo tanti cittadini che si astengono dal voto non volendo prendere posizione a favore o contro una o altra corrente politica.

Accentuando quest’ultima tendenza, Epicuro va oltre gli scettici e detta la massima: lathe biosas (che, tradotto dal greco, significa: vivi nascosto), non nel senso di vivere da latitante, ma nel senso di disimpegno politico [3]. Epicuro non invitava a nascondersi dalla legge o a rinnegare i propri doveri, piuttosto, indicava nel rifiuto della vita politica, [4] degli impegni sociali e degli affanni umani la chiave per trovare se non la felicità quanto meno la serenità. Ben può dirsi che asceti ed eremiti siano i professionisti del lathe biosas .

Come Pirrone, padre dello scetticismo, per primo aveva sostenuto l’impossibilità umana di conoscere una verità sempre contingente e mutevole così nel Medioevo religioso si ribadì che l’uomo non può conoscere la verità: verità ed opinione errata, verità e menzogna nel mondo sono continuamente mescolate in modo quasi inestricabile [5]; la verità sta nella mente di Dio, il quale, secondo S. Tommaso D’Aquino è «ipsa summa et prima veritas”: la non-redenzione del mondo consiste, appunto, nella non-riconoscibilità della verità, una situazione che conduce inevitabilmente al dominio del pragmatismo ed al potere dei forti, così come Carneade aveva sostenuto, nel suo secondo discorso davanti ai Romani, che fondamento del diritto è esclusivamente la forza.

Se dunque la verità non è di questo mondo, connaturale alla natura umana è quindi il dubbio e, molti secoli dopo Carneade, Cartesio divenne famoso per aver affermato, senza citare Carneade, che senza dubitare l’uomo non esiste: cogito ergo sum.

Ma di Carneade, che per primo coniugò il dubbio con la natura umana, pochi sanno chi era costui.

A Carneade successe nella direzione della scuola un suo parente dallo stesso nome.

Un altro filosofo di nome Carneade visse ad Atene e fu discepolo di Anassagora.

Vi fu pure un poeta di nome Carneade, le cui elegie furono giudicate fredde e oscure.

Comunque il Carneade del libro di Don Abbondio era sicuramente l’Accademico, filosofo scettico e brillante oratore.

 

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Note

[1] Umoristicamente si racconta che Carneade aveva come amante la sua fantesca; senonché un giorno la sorprese in dolci effusioni con un suo discepolo (tale Mentore). In quella occasione Carneade non disputò sulla probabilità, ma prese la cosa per sicura e non dubitò di ciò che i suoi occhi avevano visto.

[2] Ne deriva che non la giustizia, bensí l'utilità è il valore che sta a fondamento delle conquiste romane. Riferisce Cicerone,, (De re publica, III, 12 e 15) nel riportare il discorso di Carneade: 

“Se vorrà seguire la giustizia, pur essendo ignaro del diritto derivante dalla divinità, abbraccerà come vero diritto le leggi del proprio popolo che furono escogitate non già dalla giustizia ma dall'utile. Per qual ragione infatti si sarebbero costituiti svariati e differenti diritti secondo ogni popolo, se non per il fatto che ciascuna nazione sancì per se stessa ciò che ritenne vantaggioso per sé? Quanto sia distante l'utile dal giusto lo dimostra lo stesso popolo romano, che con l'indire guerre servendosi dei feziali e commettendo legalmente dei soprusi e sempre bramando e rapinando l'altrui si procacciò il dominio di tutto il mondo”

[3] E così anche Ovidio afferma “crede mihi, bene qui latuit bene vixit” che , tradotto significa: credimi, ha vissuto bene chi ha saputo stare ben nascosto. Anche Cartesio, per stare tranquillo cambiava abitazione se temeva di poter perdere la tranquillità del “vivere appartato” e volle che sulla sua tomba fosse scritta la massima di Ovidio.

[4] La politica per Epicuro comporta dolori e turbamenti: chi si dedica alla politica si ripromette potenza, fama, ricchezza, ossia tutto ciò che fanno perdere la tranquillità e quindi la felicità.

[5] “Credo che la verità abbia una sola faccia: quella della contraddizione violentaha affermato Georges Battaile (1897 – 1962).

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