Nel miserevole clima nazifascista solo Massimo Bontempelli, scrittore, saggista di fama e professore rinunciò alla cattedra universitaria affidatagli dopo l’estromissione del grande critico letterario Attilio Momigliano (fonte Wikipedia)

L’unico docente a dire no alle leggi razziali

Bontempelli, un intellettuale libero
di Antonello Cannarozzo

Il mese di settembre ha due tragiche date per la nostra storia recente: l’8 settembre del 1943 con la dissoluzione dello Stato italiano dovuta alla fuga del re Vittorio Emanuele III e l’inizio della guerra civile, l’altra data è di cinque anni prima: il 5 settembre del 1938, forse ancora più infame perché con il titolo “Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista”, Mussolini si allineava al suo alleato germanico con l’avvallo e l’appoggio della casa reale contro altri italiani colpevoli solo di essere ebrei, a cui seguirono fino al 25 luglio del 1939 altri sette provvedimenti sul tema razziale.

Fu definita, a guerra terminata, la data della vergogna non solo perché gli ebrei erano diventati da un giorno all’altro italiani di serie B e licenziati dal sistema produttivo del Paese, messi all’indice come persone “infette”. Una sorte che toccò tutti anche la cultura. Professori non solo delle scuole di ogni ordine e grado, insieme ai loro alunni, vennero cacciati, ma sorte analoga anche per docenti universitari di chiara fama internazionale, spesso fiore all’occhiello della nostra cultura. A questa vergogna per simile trattamento verso altri italiani si aggiunse quella dell’assordante silenzio dei colleghi “ariani”. Su 896 docenti votarono sì a questa infamia 895 di loro.

In questo clima miserevole solo un professore rinunciò alla cattedra universitaria affidatagli dopo l’estromissione del grande critico letterario Attilio Momigliano, fu Massimo Bontempelli, scrittore e saggista di fama.

Un rifiuto che suscitò un grande scandalo tra i suoi colleghi che invece furono ben contenti di arraffare dei posti prestigiosi che forse non avrebbero mai occupato senza la cacciata dei docenti “non ariani”.

Ma Bontempelli era invece un italiano con la schiena dritta.

Fin da giovane nella sua Como, dove nacque nel 1878, manifestò le sue simpatie per l’anarchia e il socialismo e una grande libertà di pensiero e infatti si laureò a pieni voti in Lettere e Filosofia con una tesi proprio sul libero arbitrio.

Amico degli intellettuali del tempo come Marinetti e D’Annunzio collaborò a testate fasciste, ma ben presto con la guerra d’Abissinia del 1936 il suo interesse per il regime mutò in aperta ostilità e lo dimostrò platealmente due anni dopo quando, in un discorso in commemorazione di Gabriele D’Annunzio a Pescara, ebbe l’ardire davanti a tutti i gerarchi li convenuti di accusare il fascismo di violenza. Il vaso era colmo anche per la rinuncia alla cattedra universitaria.

Il segretario del Fascismo, Achille Starace, dichiarò senza mezzi termini: “Ho tolto la tessera all' accademico Bontempelli perché più idiota e carogna di così si muore”.

 Insieme alla tessera gli venne tolta anche la possibilità di pubblicare i suoi libri, di partecipare a conferenze con l’aggiunta del confino coatto a Venezia, divenendo nonostante tutto un piccolo faro libero nella cultura italiana.

Tutto questo però non gli evitò ulteriori umiliazioni.

Nel 1948, nella nuova Italia repubblicana, venne eletto senatore nel collegio di Siena col Fronte delle sinistre, ma durò poco nel suo seggio.

Venne denunciato davanti alla Giunta per le elezioni dove gli venne rinfacciato un articolo a sua firma del ’35 dove esaltava la figura del Duce, (come se altri milioni di italiani lo avessero fatto. Ndr)

Un atto che, come si poté dedurre da numerose prove e testimonianza, Bontempelli firmò, come scrisse il critico Petrone, “al posto di un perseguitato dal fascismo, che aveva bisogno di fare un po' di soldi e non poteva firmare col proprio nome”.

Una colpa certamente risibile rispetto a molti altri che occupavano ancora cattedre e non solo elargite dal fascismo, ma che ora, passati al campo opposto, si ergevano a giudici inflessibili contro il fu regime fascista.

Per uno che aveva tenuto testa alle camice nere, che non aveva accettato alcun compromesso, specialmente dopo le leggi infami sulla razza, il confino a Venezia, ora essere cacciato dal Senato come fascista era il colmo. 

Ma davanti ad un galantuomo sembrava che la sorte si accanisse.

Anni dopo dovette subire un duro attacco da parte del settimanale L’Espresso per i suoi trascorsi fascisti e contestando anche la sua capacità di scrittore.

Questa volta però si levarono le voci di tutti i più importanti intellettuali del tempo contro una simile ingiusta campagna editoriale ridando a Bontempelli l’importanza di scrittore quel era.

Morì a Roma il 31 luglio del 1960 celebrato finalmente come un grande italiano e non solo per le opera letterarie.

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