statua di Garibaldi

Garibaldi, l'eroe dei due mondi

Garibaldi: la guerra civile americana
di Antonello Cannarozzo

La presenza della marina americana nel Mediterraneo risale agli inizi dell’800, quando il fenomeno dei pirati, mai scomparso, era diventato molto grave per i commerci specialmente per quelle imbarcazioni che non avevano l’appoggio di navi militari e quelle statunitensi erano tra queste.

Washington decise allora di mettere fine a questa situazione mandando forze marittime in Marocco dove erano le basi di questi predoni del mare e fu allora che nacque un corpo militare destinato a diventare famoso in tutto il mondo: i marines.

L’impegno americano portò i suoi frutti sconfiggendo i pirati, ma per essere sicuri avevano bisogno di una base logistica di pronto impiego da dove poter gestire il controllo del mar Mediterraneo.

Il luogo fu trovato in Liguria nel golfo spezzino di Panigaglia, allora sotto il Regno sabaudo.

Gli americani chiesero in affitto parte della baia che nel dialetto di La Spezia divenne:” er campo d’i genchi”, dove genchi sta in maniera dialettale per yankee.

Quella che doveva essere una permanenza solo di alcuni anni, si trasformò, invece, in una base logistica che rimase fino al 1861, l’anno in cui scoppiò la Guerra di Secessione americana che vide contrapposti in maniera sanguinosa i nordisti, gli Unionisti, e i sudisti, i Confederati, e non solo in America, ma anche tra i militari di stanza all’estero il confronto tra i due gruppi erano spesso violento come fu anche a La Spezia.

Proprio il 12 aprile del 1861, il giorno della proclamazione di guerra, tra le banchine del porto spezzino ci fu una zuffa senza esclusione di colpi con alcuni feriti tra unionisti e confederati. Se non ci scappò anche il morto fu solo per l’intervento dei carabinieri che ristabilirono l’ordine non senza qualche difficoltà.

Fu proprio in quelle giornate così tumultuose che arrivò all’eroe dei due mondi, Giuseppe Garibaldi, nella sua isola di Caprera, l’invito ad arruolarsi con gli unionisti e comandare parte dell’esercito.

 La richiesta di Lincoln a Garibaldi

Per questo primo contatto venne incaricato l’ambasciatore americano a Torino, P.H. Marsh.

Marsh era a conoscenza della situazione italiana, sapeva che il generale era nella sua isola a riposo, ma il suo era un riposo forzato perché dopo l’impresa dei Mille, la sua intemperanza, specie per la questione romana, stava mettendo in seria difficoltà il Piemonte con le cancellerie di mezza Europa, e specialmente con l’alleato francese, proprio nel momento delicato della proclamazione del Regno d’Italia.

Dunque, per il suo bene e quello dei piemontesi era meglio che Garibaldi fosse “esiliato” nella sua isola tanto da far dire all’ambasciatore americano in uno spaccio al suo governo: “Ora il conquistatore delle Due Sicilie si è ritirato nell’isola di Caprera, deluso e imbronciato, ma non certo rassegnato a rimanere inerte. Averlo quindi al nostro fianco sarebbe per noi un grosso successo”.

Certamente avere Garibaldi sarebbe stato un vero successo per i nordisti; conosciutissimo oltre oceano e apprezzato per le sue doti di comandante avrebbe certo rivitalizzato l’umore dei soldati nordisti che proprio in quei primi mesi di guerra non avevano ottenuti ancora successi sul campo, anzi, pur essendo i Confederati male armati e peggio equipaggiati riuscirono a infliggere una serie di sconfitte all’esercito dell’Unione, meglio armato ed equipaggiato, ma scarso di buoni ufficiali.

Lincoln stesso, da poco rieletto alla presidenza, lanciò un pubblico appello invitando:” l’Eroe della libertà di prestare la potenza del suo nome, il suo genio e la sua spada alla causa della Repubblica stellata” a dimostrazionedella grande popolarità di Garibaldi nel continente americano, dove era ancora viva la memoria delle sue battaglie combattute per anni in Sudamerica per l’indipendenza del Rio Grande do Sul contro il Brasile e dell’Uruguay contro l’Argentina.

Con questo esplicito invito, le autorità nordiste speravano anche che un gran numero di combattenti sarebbero affluiti ad rafforzare i loro contingenti.

La questione romana

Davanti a tutte queste proposte e pur essendone lusingato, Garibaldi non perse il senso del dovere di chiedere il permesso al re Vittorio Emanuele II, essendo un suo generale, con questo testo:” Sire, il Presidente degli Stati Uniti mi offre il comando di quell’esercito ed io mi trovo in obbligo di accettare tale missione per un Paese di cui sono cittadino. Nonostante ciò, prima di risolvermi, ho creduto mio dovere informare Vostra Maestà per sapere se crede che io possa avere ancora l’onore di servirla. Ho il piacere di dirmi di Vostra Maestà il devotissimo servitore. G. Garibaldi “.

La risposta del re non si fece attendere, togliere di mezzo una testa calda come Garibaldi era una occasione da non perdere, dunque, la risposta fu affermativa per la sua partenza.

Garibaldi era felice di poter contribuire a questa guerra e avere la possibilità di combattere, anche se da lontano, l’odiato Pio IX che aveva benedetto il Confederati come cattolici contro i protestanti Unionisti.

Una guerra, quella americana, che venne sentita da molti giovani europei.

Solo dall’Italia salparono alla volta di due campi di battaglia contrapposti, ben 11mila volontari che lasciarono sul campo oltre duemila morti.

Il nostro eroe si preparava, dunque, alla partenza, ma non era un ingenuo e dei politici poco si fidava.

Chiese delle garanzie sulle quali non avrebbe mai trattato, prima di tutto l’abolizione della schiavitù, non solo per un principio umanitario, ma è bene ricordare che uno dei suoi amici più cari, la sua guardia del corpo, era un uomo di colore, Aguiar, liberato con molti altri durante le guerre sudamericane condotte da Garibaldi che lo aveva voluto sempre con se anche nell’avventura della Repubblica Romana dove morì nel 1849 combattendo con i difensori della città contro i francesi.

Da ricordare in proposito che al di là delle leggende Hollywoodiane, la questione abolizionista fu inserita solo verso la fine della guerra, ma fino ad allora anche per i progressisti unionisti era considerata una risorsa economica da cui non poter prescindere.

Questa richiesta, insieme alla pretesa di avere il comando non di una parte, ma di tutte le forze nordiste, raffreddò molto i rapporti con Washington, tanto che la richiesta venne abbandonata dallo stesso Abramo Lincoln

La seconda infruttuosa richiesta

Garibaldi forse non ci aveva mai creduto di tornare in America e prese la cosa con molta calma anche perché ormai poteva di nuovo pensare alla conquista dello Stato pontificio e fare di Roma la capitale del nuovo Regno italiano pur creando allo stesso tempo nuove apprensioni al re sabaudo.

Lasciata, infatti, la vita tranquilla di Caprera, un anno dopo questi fatti, nel 1862, lo troviamo in Calabria, nell’Aspromonte, dove si illude di poter risalire lo Stivale e prendere in un colpo Roma, ma viene fermato proprio dai piemontesi, che non avevano voglia in quel momento di creare attriti con la Francia e in uno scontro a fuoco venne ferito ad una gamba e posto agli arresti presso il forte militare di Varignano, proprio nel golfo di La Spezia davanti alle basi americane.

Questa presenza dell’Eroe non sfuggi al commodoro S.H. Stringham capo della forza marittima americana di stanza nella città ligure.

Subito riferì a Washington la possibilità di ricontattare e arruolare l’Eroe dei due Mondi tanto più che Lincoln si era deciso finalmente di garantire l’abolizione della schiavitù se l’Unione avesse vinto.

L’incarico di trattare con Garibaldi fu assegnato questa volta all’ambasciatore americano a Vienna, Teodoro Canisius, che, come vedremo, per poco con non si rese responsabile di una rottura diplomatica tra la nascente Italia e gli Usa.

L’ambasciatore dopo avergli inviato una lettera nella quale argomentava l’importanza dell’incarico e il valore della scelta di andare oltre oceano a combattere, Garibaldi rispose: “Signore, sono prigioniero e gravemente ferito: per conseguenza mi è impossibile disporre di me stesso. Credo però che se sarò messo in libertà e se le mie ferite si rimargineranno, sarà arrivata l’occasione favorevole in cui potrò soddisfare il mio desiderio di servire la grande Repubblica Americana, che oggi combatte per la libertà universale”.

Canisius sicuro della sua accettazione e volendosene prendere il merito riportò sui giornali la questione definendo: “grande opera patriottica la spedizione garibaldina in Aspromonte che l’esercito italiano aveva invece represso nel sangue”, facendo passare i piemontesi per dei tiranni e come accennato, mettendo in crisi le relazioni Italia Usa.

L’ultima possibilità di avere Garibaldi in America era fallita miseramente per l’incapacità di Canisius il quale fu immediatamente richiamato in patria e per evitare altri sbagli diplomatici.

Per la seconda volta, ma questa volta in maniera definitiva, la richiesta di combattere a fianco dei nordisti venne definitivamente scartata da ambo due le parti e così la Guerra di Secessione americana ebbe un eroe in meno da ricordare.

La presenza della marina americana nel Mediterraneo risale agli inizi dell’800, quando il fenomeno dei pirati, mai scomparso, era diventato molto grave per i commerci specialmente per quelle imbarcazioni che non avevano l’appoggio di navi militari e quelle statunitensi erano tra queste.

Washington decise allora di mettere fine a questa situazione mandando forze marittime in Marocco dove erano le basi di questi predoni del mare e fu allora che nacque un corpo militare destinato a diventare famoso in tutto il mondo: i marines.

L’impegno americano portò i suoi frutti sconfiggendo i pirati, ma per essere sicuri avevano bisogno di una base logistica di pronto impiego da dove poter gestire il controllo del mar Mediterraneo.

Il luogo fu trovato in Liguria nel golfo spezzino di Panigaglia, allora sotto il Regno sabaudo.

Gli americani chiesero in affitto parte della baia che nel dialetto di La Spezia divenne:” er campo d’i genchi”, dove genchi sta in maniera dialettale per yankee.

Quella che doveva essere una permanenza solo di alcuni anni, si trasformò, invece, in una base logistica che rimase fino al 1861, l’anno in cui scoppiò la Guerra di Secessione americana che vide contrapposti in maniera sanguinosa i nordisti, gli Unionisti, e i sudisti, i Confederati, e non solo in America, ma anche tra i militari di stanza all’estero il confronto tra i due gruppi erano spesso violento come fu anche a La Spezia.

Proprio il 12 aprile del 1861, il giorno della proclamazione di guerra, tra le banchine del porto spezzino ci fu una zuffa senza esclusione di colpi con alcuni feriti tra unionisti e confederati. Se non ci scappò anche il morto fu solo per l’intervento dei carabinieri che ristabilirono l’ordine non senza qualche difficoltà.

Fu proprio in quelle giornate così tumultuose che arrivò all’eroe dei due mondi, Giuseppe Garibaldi, nella sua isola di Caprera, l’invito ad arruolarsi con gli unionisti e comandare parte dell’esercito.

 La richiesta di Lincoln a Garibaldi

Per questo primo contatto venne incaricato l’ambasciatore americano a Torino, P.H. Marsh.

Marsh era a conoscenza della situazione italiana, sapeva che il generale era nella sua isola a riposo, ma il suo era un riposo forzato perché dopo l’impresa dei Mille, la sua intemperanza, specie per la questione romana, stava mettendo in seria difficoltà il Piemonte con le cancellerie di mezza Europa, e specialmente con l’alleato francese, proprio nel momento delicato della proclamazione del Regno d’Italia.

Dunque, per il suo bene e quello dei piemontesi era meglio che Garibaldi fosse “esiliato” nella sua isola tanto da far dire all’ambasciatore americano in uno spaccio al suo governo: “Ora il conquistatore delle Due Sicilie si è ritirato nell’isola di Caprera, deluso e imbronciato, ma non certo rassegnato a rimanere inerte. Averlo quindi al nostro fianco sarebbe per noi un grosso successo”.

Certamente avere Garibaldi sarebbe stato un vero successo per i nordisti; conosciutissimo oltre oceano e apprezzato per le sue doti di comandante avrebbe certo rivitalizzato l’umore dei soldati nordisti che proprio in quei primi mesi di guerra non avevano ottenuti ancora successi sul campo, anzi, pur essendo i Confederati male armati e peggio equipaggiati riuscirono a infliggere una serie di sconfitte all’esercito dell’Unione, meglio armato ed equipaggiato, ma scarso di buoni ufficiali.

Lincoln stesso, da poco rieletto alla presidenza, lanciò un pubblico appello invitando:” l’Eroe della libertà di prestare la potenza del suo nome, il suo genio e la sua spada alla causa della Repubblica stellata” a dimostrazionedella grande popolarità di Garibaldi nel continente americano, dove era ancora viva la memoria delle sue battaglie combattute per anni in Sudamerica per l’indipendenza del Rio Grande do Sul contro il Brasile e dell’Uruguay contro l’Argentina.

Con questo esplicito invito, le autorità nordiste speravano anche che un gran numero di combattenti sarebbero affluiti ad rafforzare i loro contingenti.

La questione romana

Davanti a tutte queste proposte e pur essendone lusingato, Garibaldi non perse il senso del dovere di chiedere il permesso al re Vittorio Emanuele II, essendo un suo generale, con questo testo:” Sire, il Presidente degli Stati Uniti mi offre il comando di quell’esercito ed io mi trovo in obbligo di accettare tale missione per un Paese di cui sono cittadino. Nonostante ciò, prima di risolvermi, ho creduto mio dovere informare Vostra Maestà per sapere se crede che io possa avere ancora l’onore di servirla. Ho il piacere di dirmi di Vostra Maestà il devotissimo servitore. G. Garibaldi “.

La risposta del re non si fece attendere, togliere di mezzo una testa calda come Garibaldi era una occasione da non perdere, dunque, la risposta fu affermativa per la sua partenza.

Garibaldi era felice di poter contribuire a questa guerra e avere la possibilità di combattere, anche se da lontano, l’odiato Pio IX che aveva benedetto il Confederati come cattolici contro i protestanti Unionisti.

Una guerra, quella americana, che venne sentita da molti giovani europei.

Solo dall’Italia salparono alla volta di due campi di battaglia contrapposti, ben 11mila volontari che lasciarono sul campo oltre duemila morti.

Il nostro eroe si preparava, dunque, alla partenza, ma non era un ingenuo e dei politici poco si fidava.

Chiese delle garanzie sulle quali non avrebbe mai trattato, prima di tutto l’abolizione della schiavitù, non solo per un principio umanitario, ma è bene ricordare che uno dei suoi amici più cari, la sua guardia del corpo, era un uomo di colore, Aguiar, liberato con molti altri durante le guerre sudamericane condotte da Garibaldi che lo aveva voluto sempre con se anche nell’avventura della Repubblica Romana dove morì nel 1849 combattendo con i difensori della città contro i francesi.

Da ricordare in proposito che al di là delle leggende Hollywoodiane, la questione abolizionista fu inserita solo verso la fine della guerra, ma fino ad allora anche per i progressisti unionisti era considerata una risorsa economica da cui non poter prescindere.

Questa richiesta, insieme alla pretesa di avere il comando non di una parte, ma di tutte le forze nordiste, raffreddò molto i rapporti con Washington, tanto che la richiesta venne abbandonata dallo stesso Abramo Lincoln

La seconda infruttuosa richiesta

Garibaldi forse non ci aveva mai creduto di tornare in America e prese la cosa con molta calma anche perché ormai poteva di nuovo pensare alla conquista dello Stato pontificio e fare di Roma la capitale del nuovo Regno italiano pur creando allo stesso tempo nuove apprensioni al re sabaudo.

Lasciata, infatti, la vita tranquilla di Caprera, un anno dopo questi fatti, nel 1862, lo troviamo in Calabria, nell’Aspromonte, dove si illude di poter risalire lo Stivale e prendere in un colpo Roma, ma viene fermato proprio dai piemontesi, che non avevano voglia in quel momento di creare attriti con la Francia e in uno scontro a fuoco venne ferito ad una gamba e posto agli arresti presso il forte militare di Varignano, proprio nel golfo di La Spezia davanti alle basi americane.

Questa presenza dell’Eroe non sfuggi al commodoro S.H. Stringham capo della forza marittima americana di stanza nella città ligure.

Subito riferì a Washington la possibilità di ricontattare e arruolare l’Eroe dei due Mondi tanto più che Lincoln si era deciso finalmente di garantire l’abolizione della schiavitù se l’Unione avesse vinto.

L’incarico di trattare con Garibaldi fu assegnato questa volta all’ambasciatore americano a Vienna, Teodoro Canisius, che, come vedremo, per poco con non si rese responsabile di una rottura diplomatica tra la nascente Italia e gli Usa.

L’ambasciatore dopo avergli inviato una lettera nella quale argomentava l’importanza dell’incarico e il valore della scelta di andare oltre oceano a combattere, Garibaldi rispose: “Signore, sono prigioniero e gravemente ferito: per conseguenza mi è impossibile disporre di me stesso. Credo però che se sarò messo in libertà e se le mie ferite si rimargineranno, sarà arrivata l’occasione favorevole in cui potrò soddisfare il mio desiderio di servire la grande Repubblica Americana, che oggi combatte per la libertà universale”.

Canisius sicuro della sua accettazione e volendosene prendere il merito riportò sui giornali la questione definendo: “grande opera patriottica la spedizione garibaldina in Aspromonte che l’esercito italiano aveva invece represso nel sangue”, facendo passare i piemontesi per dei tiranni e come accennato, mettendo in crisi le relazioni Italia Usa.

L’ultima possibilità di avere Garibaldi in America era fallita miseramente per l’incapacità di Canisius il quale fu immediatamente richiamato in patria e per evitare altri sbagli diplomatici.

Per la seconda volta, ma questa volta in maniera definitiva, la richiesta di combattere a fianco dei nordisti venne definitivamente scartata da ambo due le parti e così la Guerra di Secessione americana ebbe un eroe in meno da ricordare.

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