Ex-Carcere Fenestrelle, Veduta del palazzo del Governatore e dei Quartieri dalla piazza d'armi, Foto di Alessandro Vecchi, Creative Commons Attribuzione

Una storia del nostro Risorgimento da riscrivere

La drammatica sorte dei soldati borbonici
di Antonello Cannarozzo

Si chiamava Giuseppe Santomartino, appena trentenne era già aiutante maggiore nella difesa della fortezza di Civitella del Tronto, ultimo baluardo abruzzese nella difesa del Regno borbonico.

Il 26 ottobre del 1860 l’esercito piemontese, dopo aver attraversato parte di quelle che erano ancora gli Stati pontifici, Emilia Romagna e Marche, decise di occupare anche la fortezza di Civitella per avere la strada spianata verso Napoli. I soldati borbonici non facevano paura ai piemontesi, secondo una vulgata fatta girare appositamente, che li consideravano corrotti, senza disciplina militare e pronti a scappare davanti al nemico, ma proprio a Civitella fecero male i propri calcoli strategici.

Quei soldati non erano come li avevano dipinti. Ricordiamo per onestà che i veri militari come Carlo Mezzocapo, già ufficiale borbonico e in seguito alla prima guerra di indipendenza arruolato sotto i Savoia, affermava, quattro anni prima, nel 1856, su una rivista militare che: “Il soldato napolitano è vivace, intelligente, ardito, ed in uno assai immaginoso; e però facile ad esaltarsi e correre alle imprese più arrischiate, ma pur facile a scorarsi. Si sottomette agevolmente alla disciplina, allorché questa muova da un potere giusto, forte e costante. L'istruzione elementare delle diverse armi è eccellente: esse manovrano con esattezza e speditamente, sì separate che unite” altro che un soldato indolente e sfaccendato.

A riprova di questo ultimo giudizio, nonostante i bombardamenti, anche sulla popolazione civile, e le privazioni, le truppe assediate riuscirono a mantenere il forte per quasi sei mesi rifiutando qualsiasi tipo di resa incondizionata. Una resistenza che durò altri tre giorni dopo il 20 marzo 1861, in cui veniva sancita l’Unità d’Italia. Ormai isolati, senza rifornimenti e la popolazione stremata si arresero con la garanzia di essere rimandati a casa, ma la promessa non venne mantenuta.

Santomartino come comandante della piazza d’armi colpevole di non essersi arreso subito alle truppe italiane e non aver rinnegato il giuramento d’onore di soldato al proprio re Borbonico, venne processato dai vincitori e condannato a morte. Fu solo l’intervento dei francesi se la sentenza si tramutò in 24 anni carcere.

 La breve detenzione e la morte

Così da Civitella fu trasferito al carcere militare di Savona, ma poco tempo dopo l’ufficiale veniva trovato morto nella sua cella e nell’inchiesta si dedusse che aveva tentato di fuggire anche se era uno strano modo di fuggire chiuso dietro le sbarre. Il giovane ufficiale lasciava la moglie con tre bambini.

Purtroppo la storia del Santomartino non fu isolata. Il problema dei prigionieri di guerra del Regno borbonico fu un grave problema per il nascente Regno d’Italia, sia politicamente con ferite ancora aperte nella popolazione e sia per i costi che questo comportava con le casse statali in forte dissesto.

La situazione si presentò grave già all’inizio del conflitto con i 1700 ufficialie i 24 mila soldati che non avevano giurato fedeltà all’Italia, tanto che nell’ottobre del 1861 il Campo di detenzione di S. Maurizio presso Torino ne rinchiudeva almeno 12.447. Secondo La Civiltà Cattolica, giornale pontificio, altri 12.000 di questi sventurati erano sparsi in altri carceri. Molti penseranno che la fonte non fosse proprio neutrale verso i piemontesi, ma nello stesso anno il console inglese ancora presso Napoli, Bonham, denunciò che nelle carceri napoletane vi erano almeno 20.000 prigionieri ammucchiati, per altri erano 80.000, i quali vivevano in condizioni di inciviltà, sporcizia e fame, molti morivano di stenti in attesa di un processo che poteva durare anche molti anni.

Le reazioni internazionali

Fu tale il turbamento di queste notizie che a Londra ci fu un dibattito parlamentare, come risulta dagli atti, e furono incaricati di verificare queste asserzioni lord Seymour e sir Winston Barron, i quali recandosi in Italia non poterono che confermare la veridicità della drammatica situazione.  

Anche Parigi rimase scossa da queste notizie, tanto che l’imperatore Napoleone III, grande alleato dei piemontesi per la causa italiana, scrisse adirato al generale Fleury: “Ho scritto a Torino le mie rimostranze; i dettagli di cui veniamo a conoscenza sono tali da far ritenere che essi alieneranno tutti gli onesti dalla causa italiana [poi racconta alcuni episodi di cui era venuto a conoscenza, come la fucilazione per chi venisse preso con “troppo” pane addosso - e conclude - I Borboni non hanno mai fatto cose simili”.

Infine, davanti a tanti soprusi si levarono anche le voci dei grandi protagonisti del Risorgimento da Mazzini a Ferrari, da Settembrini a d’Azeglio che si schierano con fermezza contro la politica repressiva adottata per il Meridione, ma tutto, se non in casi assai limitati, cadde nel vuoto. Ancora, come se nulla fosse, il governo sabaudo, senza preparare le regioni “liberate” del meridione, promulgò la leva obbligatoria, che sotto i Borboni era alquanto ridotta dato che nel Real Esercito era predominante la componente volontaria.

In uno studio del 1858, si stimava che in tempo di pace il contingente di leva chiamato annualmente alle armi non fosse superiore ad appena 12.000 unità, su un gettito teorico di circa 25.000 abili al servizio nell'esercito e il resto dei militari era quindi formato oltre che da volontari anche dai rinnovi di ferma.

Fu, questa della leva obbligatoria, un vero shock perché la gran parte dei giovani erano occupati come forza lavoro nelle campagne e abbandonarle forzatamente per quasi tre anni di leva significava spesso abbandonare l’unica fonte di sussistenza. E, infatti, su 72 mila richiamati se ne presentarono solo 20 mila, gli altri 50 mila furono denunciati come disertori e, ovviamente, anche come briganti.

Non giustizia, ma vendetta

Coloro che venivano arrestati e furono migliaia, furono ammassati nei depositi merce di Napoli o nelle carceri con l’ordine del generale La Marmora ai magistrati di: "non porre in libertà nessuno dei detenuti senza l'assenso dell'esercito", dunque, corte marziale con tutto ciò che questo poteva comportare per gli arrestati.

Così i “briganti del re” in massa furono stipati nelle navi e fatti sbarcare a Genova, da dove, laceri ed affamati venivano smistati in vari campi di concentramento istituiti ad hoc come Fenestrelle, S. Maurizio Canavese, Alessandria, nel forte di S. Benigno in Genova, Milano, Bergamo, Forte di Priamar presso Savona, Parma, Modena, Bologna, Ascoli Piceno ed altre località del Nord, lontani dalle loro famiglie e dai loro paesi.

Le carceri, ma qui occorrerebbero interi capitoli, erano veri e propri lager, istituiti per la loro “correzione ed idoneità al servizio” (sic), appena coperti da cenci di tela, i prigionieri potevano mangiare una brodaglia con un po' di pane nero raffermo, subendo dei trattamenti con ogni tipo di soprusi fisici e morali. Per oltre dieci anni, molti di coloro che venivano catturati, circa 40.000, morirono per fame, stenti, maltrattamenti e malattie.

La storia del Nostro Risorgimento andrebbe riscritta senza faziosità dei vincitori e capire anche le ragioni dei vinti per una vera pacificazione tra Nord e Sud attesa da oltre centosessant’anni.

Nessuno oserebbe contestare il valore dell’unificazione della nazione e il valore del nostro Risorgimento, un sogno che ha attraversato i secoli della nostra storia, ma per un senso di giustizia bisogna parlare anche delle colpe di quegli uomini che nascondendosi dietro l’eroismo dei veri martiri dell’indipendenza italiana, ne hanno sporcato la memoria.

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