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La festa della liberazione

25 Aprile: da ricordare tra luci e ombre
di Antonello Cannarozzo

Se il 2 giugno è la festa che ricorda la nascita della nostra Carta Costituzionale e, dunque, della nuova Italia, il 25 aprile è il pròdromo di questo evento con la proclamazione dell’insurrezione in tutti i territori ancora occupati dai tedeschi e dal morente partito fascista.

Con l’avvenuta liberazione si cominciò a riscrivere però, come per ogni epopea che si rispetti, i fatti e gli accadimenti di quei giorni terribili, accrescendone il valore degli uomini che fecero la resistenza armata e delegittimando, ovviamente, gli avversari.

Fin dai primissimi tempi ci fu chi tentò di contrastare la storia che veniva ufficialmente raccontata, molte cose non tornavano, ma costoro erano subito etichettati, a torto o a ragione, come nostalgici del fascismo e, dunque, messi a tacere.

 Si riscrive la Storia Europea

 Non fu questo certamente un comportamento limpido, ma erano tempi in cui l’Europa usciva a pezzi da una guerra spaventosa, dove non solo c’erano le macerie degli edifici, ma anche quelle nell’anima delle popolazioni disilluse e senza prospettive per il futuro.

Piacesse o meno, bisognava ridare a noi italiani e a tutti gli europei una storia eroica  fatta di sacrifici e di coraggio in cui credere.

Passati gli anni, placati gli animi e scomparsi molti dei protagonisti, si è cominciato a guardare a questa nostra storia recente senza i paludamenti dell’eroismo tout court, ma analizzandola senza ideologie, con documenti, fatti e prove, un po’ come lo scienziato che mette l’occhio nel proprio microscopio e guarda ciò che prima era invisibile a occhio nudo anche se, bisogna ricordarlo, non è ancora facile affrontare l’argomento uscendo dai classici cliché ufficiali.

Recentemente in Italia, a ristabilire la verità storica di quei tempi sfrondandola dal suo aspetto mitologico, sono stati, tra gli altri, i libri del giornalista, e ora diremo anche dello storico, Giampaolo Pansa dove risaltano storie di uomini con le loro debolezze e crudeltà al di là del fronte dove combattevano in un clima di odio e di pietà.

Per questa rivisitazione, l’autore ha subito critiche feroci ed ostracismi anche violenti e accusato, addirittura, di fare il gioco dei fascisti.

Qualche decennio prima aveva affrontato la storia del ‘Ventennio’ un grande storico di fama internazionale e comunista come Renzo De Felice.

Una storia voluminosa fatta di documenti dove si dimostrava, contro la vulgata di quegli anni, che il fascismo aveva avuto l’adesione praticamente di tutti gli italiani, i famosi “anni del consenso”, una conclusione questa che gli costò cara perché andava a colpire una verità resistenziale che incarnava nella lotta alla dittatura fin dal suo apparire, la sua stessa ragion d’essere.

De Felice fu boicottato ed emarginato dalla grande cultura e accusato di negazionismo, ma l’opera sua rimane mentre si sgretola non certamente il valore della Resistenza, quanto l’uso non sempre veritiero che se ne è stato fatto negli anni.

 Una storia tra luci ed ombre

 Oggi, però, ribadiamo, i tempi sono cambiati. Sempre più storici, anche in Europa, stanno lentamente riscrivendo la storia recente della guerra partigiana all’invasione nazista, e non sempre ne esce un mondo edificante fatto di solo di buoni da una parte e cattivi dall’altra.

Tra questi storici della nuova generazione Olivier Wieviorka certamente occupa un posto importante.

Con i suoi libri ha riscritto in parte la storia della seconda guerra mondiale e della resistenza all’invasione tedesca in maniera scientifica senza guardare per il sottile, fuori dal politically correct della narrazione ufficiale di quell’epoca, non solo perché è uno storico di fama internazionale, ma la sua famiglia ha vissuto in prima persona come ebrea il dramma dell’olocausto.

Nel suo ultimo poderoso libro di oltre 400 pagine, ‘Storia della resistenza in Europa’, affronta con documenti originali il vero peso e ruolo che ebbero le formazioni partigiane durante la guerra infrangendo un tabù che finora era impossibile o quasi discutere.

L’autore non nega certamente la resistenza come momento di lotta, solo ne ridimensiona il reale peso nelle sorti della guerra, specialmente come evento spontaneo mentre quasi tutte le formazioni, sia in Europa e sia in Italia furono sollecitate da un organismi speciali creati ad hoc come l’inglesi Soe (Special operations executive).

 L’apatia politica di un popolo

 Secondo Wieviorka non ci furono veri sommovimenti popolari contro l’invasore, anzi molti Stati occupati cercarono in ogni modo di patteggiare con i tedeschi e lo stesso vale per il racconto della cosiddetta resistenza silenziosa quella che al momento opportuno sarebbe uscita allo scoperto in armi contro l’invasore, purtroppo sono casi rarissimi.

Un capitolo a parte del libro è dedicato al nostro Paese.

Qui insurrezioni armate non ce ne furono, le prime azioni partigiane le troviamo nel Nord del Paese alla fine del ’43 con la disfatta dell’esercito e la fuga del re avvenuta l’8 settembre dello stesso anno.

Per molto tempo gli anglo-americani avevano cercato persone pronte a combattere contro il fascismo, specialmente tra i soldati prigionieri in India o in Kenya, ma lo spirito dei nostri militari, dopo tante sofferenze, era quello di tornare a casa ed inoltre, ancora in molti, consideravano andare contro il regime un tradimento alla patria, un sentimento allora molto forte, nonostante la dittatura e la rovinosa guerra da essa voluta.

Molti furono anche i tentativi di trovare persone valide nei fuoriusciti antifascisti che vivevano in Svizzera e poterli mettere a capo di una lotta armata, ma il risultato fu assai scarso se non verso la fine del conflitto.

Non abbiamo nessun italiano in addestramento”, si dispiaceva il capo del Soe ancora nell’ottobre 1941, “non abbiamo linee in Italia (a parte due vaghi contatti con base in Svizzera) e abbiamo assolutamente fallito nel reclutamento di persone che potessero servire al Regno Unito, al Medio Oriente o a Malta”, tanto che, con il passare del tempo, scrive Wieviorka, “la Gran Bretagna passò di delusione in delusione”.

 Le prove degli inglesi per arruolare dei partigiani

 Per l’autore, a differenza di altre realtà europee, le reazioni dell’Italia, almeno fino all’8 settembre del 1943, sono assai diverse nel rapporto con i tedeschi.

Il nostro Paese, era ancora sotto il legittimo governo fascista e alleato, non invasore, di Hitler, bisognerà attendere, come abbiamo già sottolineato, l’8 settembre per comprendere la necessità di creare una nazione libera e democratica e qui entrano in gioco le brigate partigiane con azioni sempre più numerose di guerriglia armata con grandi tributi di sangue contro le forze tedesche, diventate nel frattempo invasori, e i loro alleati fascisti.

Ciononostante le forze partigiane non potevano da sole reggere l’urto di una guerra senza l’aiuto determinate degli Alleati, anche perché erano composte solo da alcune decine di migliaia di uomini e donne senza poter contare sulla reazione di un intero popolo.

Ricordiamo che nel nostro Sud la lotto partigiana era del tutto assente essendo stato liberato già alla metà del ‘43.

Il libro di Olivier Wieviorka è affascinante perché racconta storie sconosciute o taciute per decenni, come le avversioni, le antipatie, gli errori di valutazione che si ebbero tra i cosiddetti Alleati insieme ad un rapporto non sempre collaborativo con le forze partigiane, ma che ora affiorano con tutta la loro realtà con lo spirito di uno scienziato della storia che sa vedere al di là delle ideologie. In questo lavoro se è vero che ridimensiona molto i movimenti della resistenza in tutta l’Europa, tuttavia ammette il valore e il sangue versato dai partigiani che favorirono fuori dubbio l’avanzata delle truppe alleate e limitando il costo umano del conflitto.

In fine un argomento fondamentale anche per l’Europa di oggi e che questi uomini scongiurarono pericolosi vuoti di potere, “riuscendo a farsi carico del passaggio di testimone –si legge nel libro– fra le autorità tedesche, sostenute ormai da minoranze collaborazioniste, e i nuovi governi democratici”.

Non dimentichiamo che nei trattati di pace a Parigi, l’Italia sconfitta ebbe, a differenza della Germania o del Giappone, delle sanzioni meno gravi grazie proprio al peso della nostra lotta armata partigiana.

Dunque, al di là di chi ancora lo critica, il 25 Aprile, pur tra luci ed ombre, è una data da ricordare e che appartiene in modo indelebile alla storia della nostra gente, senza distinzioni di parte alcuna.

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