Composer Rossini G 1865 by Carjat - Restoration.jpg, Étienne Carjat - harvardartmuseums.org, Public Domain

Dopo vent’anni di successi si ritirò a vita privata, ma solo per gli estranei

A 150 anni dalla sua morte, le curiosità su Gioacchino Rossini
di Antonello Cannarozzo

Quando si pensa ad un compositore come Gioacchino Rossini, la prima cosa che viene alla mente è il sorriso. La sua musica, con capolavori senza tempo, affascina per la sua leggerezza, a volte per la comicità delle storie, e non ultimo per sua la voglia del buon vivere che lo fanno apparire un gaudente, non solo nelle sue composizioni, ma anche nella sua vita quotidiana, tanto da passare alla storia perfino come un esperto di alta cucina, anche se in realtà, almeno per le nostre abitudini moderne, possiamo definirlo non tanto un buongustaio quanto un bulimico.
Sono rimaste celebri le sue cene parigine fino a 14 portate, vere torture anche per gli stomaci più avvezzi ad ingozzarsi, con tutti i problemi che questo avrebbe poi causato a Rossini e alla sua salute come evidenziato nei suoi ritratti, in cui è evidente il suo sovrappeso.
Ricordiamo, per curiosità, un piatto celebre che da lui prende il nome, il famoso filetto alla Rossini dove alla carne bisogna aggiungere foie gras, tartufo nero, vino di Madera, una bella porzione di burro e sale quanto basta, per continuare
con i suoi Maccheroni sempre alla Rossini, ripassati in padella col tartufo, i suoi pasticci d’oca, e anche nel suo piatto preferito come una semplice insalata sapeva mettere del suo con un condimento a base di mostarda, limone, pepe, sale, olio e una bella immancabile manciata di tartufo, infine, tanti dolci dagli ingredienti a prova di colesterolo.
Con una alimentazione giornaliera di questo tipo era affetto, ovviamente, da tanti problemi di salute primo tra i quali una grave degenerazione all’apparato uro-genitale che ha influito sulla sua celebre ipocondria, con la quale ha dovuto lottare tutta la vita.
Non di meno era anche una persona dotata di un grande senso dell’humor.
Tra le frasi che gli furono attribuite e che, forse, meglio lo definiscono vi sono: “L'appetito è per lo stomaco quello che l'amore è per il cuore” oppureNon conosco un lavoro migliore del mangiare” ed ancora:” Per mangiare un tacchino dobbiamo essere almeno in due: io e il tacchino” ed infine un motto che racchiude tutta la sua filosofia di vita: “Mangiare, amare, cantare e digerire sono i quattro atti di quell'opera comica che è la vita”.
Nel libro "Con sette note", di Edoardo Mottini, sulla vita del compositore troviamo scritto un aneddoto di quando un ammiratore vedendolo così allegro e pacifico gli chiese se avesse mai pianto in vita sua: "", gli rispose Rossini, "una sera, in barca, sul lago di Como. Si stava per cenare e io maneggiavo uno stupendo tacchino farcito di tartufi. Quella volta ho pianto proprio di gusto: il tacchino mi è sfuggito ed è caduto nel lago! “.
Insomma, un eterno gaudente.

I suoi inviti a cena erano poi l’avvenimento mondano più importante per l’alta società di Parigi, città che amò fino alla sua morte, avvenuta il 13 novembre del 1868.
Rossini, anche in queste occasioni, non faceva mancare la propria stranezza, infatti difficilmente partecipava a questi sontuosi banchetti da lui voluti, ma si ritirava nella sua stanza nel più totale isolamento e lasciava alla moglie, Olimpia Pelissier, di fare da sola gli onori di casa agli ospiti.

Ciò nonostante, i suoi ammiratori lo amavano proprio per questo suo carattere un po’ assurdo perché in fondo sapevano che al compositore pesarese, era nato a Pesaro nel 1792, non si poteva chiedere la precisione di un Beethoven o la drammaticità di Verdi. Lui aveva un carattere tutto suo e, come lo definivano i suoi amici era simpaticamente inaffidabile, amabilmente bugiardo, ironico, amante degli scherzi, insomma un carattere sempre cangiante che lo renderà caro anche ai suoi critici.
Stranezze caratteriali manifestate fin dalla giovinezza e che riportò puntualmente nella sua musica e nelle sue scelte di vita quando all’età di appena 37 anni al massimo della fama e della ricchezza, pensò bene di ritirarsi a vita privata.
Aveva esordito, non ancora ventenne, a Venezia nel 1810 con l’opera “La cambiale di matrimonio” e finì per dare l’addio alle scene con l’opera definita della sua maturità, il “Guglielmo Tell”, scelta di cui informa i suoi genitori scrivendo che: “Dopo aver divertito gli altri, ora deve far divertire sé stesso”.
Una frase che chiarisce più di tante supposizioni la sua voglia del buon vivere che manterrà fino alla fine dei suoi giorni.
Ma un artista del calibro di Rossini se si era ritirato dalle scene, non lo aveva certo fatto dalla musica.
Ciò che viene erroneamente definito il “silenzio” dell’artista in realtà fu per lui entrare in un mondo, anzi in un universo musicale completamente nuovo e ancora più vicino alla sua interiorità creativa.
In questo cosiddetto silenzio compose alcune centinaia di lavori tra scherzi per pianoforte, concerti, musica da camera e quant’altro raccolti oggi in ben 14 volumi e che lui con ironia amava definirli i suoi “Peccati di vecchiaia”.
Probabilmente aveva trovato finalmente la sua libertà di piacere a se stesso e non più ai vari impresari, cantanti e pubblico.
Era pervicacemente geloso di questi suoi peccati musicali, tanto che aveva vietato tassativamente che fossero eseguiti fuori da casa sua e se proprio qualche selezionatissimo pianista voleva suonarli doveva farlo esclusivamente alla presenza del maestro.
Composizioni che poi chiudeva personalmente in un armadio nella sua camera da letto, tanto era la paura che qualcuno potesse sottrarli a sua insaputa.
Quest’anno si ricordano i 150 anni dalla sua scomparsa, un anno di celebrazioni un po’ in tutto il mondo con l’esecuzione delle sue opere, concerti, importanti convegni internazionali, inaugurazione di un museo a lui dedicato, varie pubblicazioni e ristampe sulla sua vita e le sue composizione che dimostrano non solo essere capolavori senza tempo, ma sconfiggono per sempre l’idea di un artista gaudente, ma pigro, per questo ricordiamo che ci ha lasciato ben 42 opere liriche, 17 cantate, 8 tra inni e cori, 17 composizioni sacre, 29 musiche per voce e 20 sonate strumentali, in totale 133 capolavori, il che non è certo poco. Ad un secolo e mezzo dalla sua scomparsa, commemoriamo questo grande italiano che, cosciente del proprio genio, non si prendeva mai sul serio a differenza di tanti cosiddetti intellettuali di ieri come di oggi, che invece, pur senza alcun genio si prendono sul serio con la differenza che lui però ha lasciato opere eterne ancora cantante nel mondo per la gioia del suo pubblico.

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