I deportati scendono dai vagoni, di anonymous, forse fotografo SS E. Hoffmann & B. Walter, Wikimedia Commons

Storie sconosciute di coraggio e dignità anche tra nemici in guerra

Quei fascisti che salvarono gli ebrei
di Antonello Cannarozzo

Ci sono momenti nella vita di una nazione che si vorrebbero cancellare. Storie dove la parola vergogna diventa un eufemismo, davanti alla tragedia che per ignavia, vigliaccheria o acquiescenza al potere, un popolo, pur con le sue eccezioni, accetta supinamente; come è accaduto nella nostra recente storia per la persecuzione degli ebrei in Italia prima con le leggi razziali e poi con la deportazione di questi nostri fratelli verso i campi di concentramento, purtroppo anche con l’aiuto “volenteroso” anche di stessi italiani.  

Il 27 gennaio, in ricordo della liberazione di Auschwitz avvenuto settantatré anni fa, si è svolta in tutta Italia la giornata della memoria per ricordare cosa è stato l’olocausto degli ebrei non solo nel nostro Paese, ma anche in Europa. Un monito, sperando che almeno questa volta la storia possa insegnare come sia facile entrare nel gorgo dell’iniquità verso i nostri stessi simili. 

Per fortuna anche in un’epoca così triste ci sono stati uomini e donne che non si sono resi succubi delle proprie paure, del proprio tornaconto, ma hanno trovato il coraggio e la dignità di reagire alla sopraffazione del regime. 

Grazie ad un lavoro di ricerca storica avvenuta in questi ultimi anni, abbiamo conosciuto non solo momenti drammatici, ma anche eroici episodi di semplice solidarietà umana, fatti da persone che non ci si aspetterebbe di trovare in quelle giornate di paura. Eppure con il loro sacrificio e il loro coraggio hanno ridato in parte dignità alla nostra storia nazionale. 
Non solo troviamo la Chiesa in prima fila ad aprire le proprie porte per nascondere ebrei e anti fascisti, ma anche le persone comuni, che non se la sentivano di denunciare il proprio vicino solo perché ebreo o contro il regime e, a rischio della propria vita, salvarono tante famiglie destinate alla deportazione. Ciò che non ci si aspetterebbe e che fra tanti “eroi” comuni e sconosciuti ci fossero anche tanti fascisti che pur nella fedeltà al regime e all’alleato tedesco, mal sopportavano i rastrellamenti contro gli ebrei. 

Tutti conosciamo la storia di Giorgio Perlasca, un fascista che nel 1944 si finse console spagnolo a Budapest e con questo rischioso stratagemma salvò migliaia di innocenti ebrei e per questo fu insignito dalle autorità israeliane come “Giusto fra le nazioni”, ma non fu il suo un caso isolato.

Ricordiamo l’impegno del conte Vaselli, grande imprenditore romano che proprio sotto il fascismo aveva fatto una fortuna nel campo dell’edilizia ed era considerato uomo del regime: nonostante le sue convinzioni politiche non esitò a mettere a rischio la propria vita e quella della famiglia, oltre i suoi cospicui beni finanziari, per salvare dalla deportazione una cinquantina di famiglie che vivevano nel ghetto. Avendo avuto la possibilità di costruire un grande condominio in via delle Zoccollette, nel pieno centro di Roma, riuscì a nascondere negli appartamenti quasi ultimati degli ebrei ricercati, dando loro non solo l’alloggio e la sicurezza, ma offrendo loro cibo e coperte. Per evitare improvvise perquisizioni aveva allestito con un amico carabiniere una specie di vigilanza che al primo avviso di pericolo avrebbe avvertito i rifugiati. Purtroppo, il luogo troppo vicino al ghetto e addirittura al ministero di Giustizia non poteva certo passare inosservato quel via vai di persone nello stabile e così, grazie ad una spiata, tutta l’organizzazione venne smantellata e Vaselli arrestato e interrogato per il suo “reato”. Fu solo grazie alla complicità dei poliziotti, anch’essi contrari a queste persecuzioni contro cittadini inermi, che il conte si salvò insieme anche ad alcuni ebrei.

Vittorio Tredici era stato l’ex segretario del partito fascista di Cagliari: a Roma, dove risiedeva, riuscì a nascondere e salvare, durante tutta l’occupazione, una intera famiglia ebrea. Finita la guerra, come per altri gerarchi fascisti, anche Tredici venne arrestato ed epurato da ogni incarico. A salvarlo ci fu la testimonianza toccante di Rodolfo Funaro, l’uomo a cui proprio Tredici aveva salvato la famiglia. “Durante una irruzione nella propria abitazione da parte delle SS tedesche – affermò l’uomo davanti ai giudici - fummo ricoverati presso l'abitazione del sig. Tredici, che in tal modo espose sé stesso e la propria famiglia al pericolo gravissimo delle rappresaglie dei militi che si trovavano nello stesso caseggiato”. Cinquant’anni dopo questi fatti, Vittorio Tredici veniva insignito, come già Giorgio Perlasca, dell’onorificenza israeliana di “Giusto tra le nazioni”. 

Una storia meno conosciuta, ma non per questo meno coraggiosa, riguarda un noto chirurgo, Raffaele Paolucci. Eroe nella prima guerra mondiale, fu un militare, senatore del Regno, esponente fascista di primo piano, ma soprattutto un grande chirurgo e docente universitario a livello internazionale con oltre un centinaio di pubblicazioni a carattere scientifico. Nonostante la sua visibilità nel regime, non esitò, mettendo a rischio non solo la sua carriera, ma anche la sua stessa famiglia, a nascondere nella sua clinica decine di anti fascisti e anche alcuni ebrei. Gli anni post bellici furono drammatici per coloro che avevano sostenuto il regime ed anche per Raffaele Paolucci, come ex fascista, si aprì il carcere e l’epurazione dall’insegnamento accademico oltre che dalla sua attività di chirurgo. Tornò in università solo grazie alle innumerevoli petizioni di ex allievi, di antifascisti ed ebrei da lui salvati, oltre che del mondo accademico internazionale.

È stata ritrovata recentemente, negli archivi di Stato, una lettera di un gruppo di fascisti di Alassio che in piena guerra, nonostante la presenza ingombrante dei tedeschi, non esitarono ad esporsi, a rischio di ritorsioni, a scrivere una lettera niente meno che al Duce per perorare la causa di una povera donna ebrea: “Una povera vecchia [ebrea] di 68 anni, senza figli, vedova e con disturbi al cuore, è stata arrestata dai Carabinieri Repubblicani di Alassio sin dal 7 dicembre 1943 e messa in carcere ad Albenga”. Dopo aver lungamente sottolineato le benemerenze fasciste della signora, la lettera si conclude con un accorato appello “Duce, non dovrebbe essere questo, non può succedere questo!”. 

Tante storie che si sono intrecciate negli anni bui della guerra che, nonostante tutto, pur tra tanti crimini, hanno dimostrato che i sentimenti di umanità e coraggio si possono trovare ovunque, anche tra i propri nemici.

 

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