Cadavere del capo Piede Grosso sulla neve, di Madmax32, Wikimedia Commons

Una storia dimenticata tra i tanti stermini della storia umana

 

Il massacro di Wounded Knee
di Riccardo Liberati

Il 29 dicembre del 1890, nella valle del ruscello Wounded Knee nel Sud Dakota, quattro squadroni del settimo cavalleggeri dell’esercito americano circondarono una tribù di Sioux Lakota per disarmarli. Forse per caso partì un colpo di fucile da parte di un ragazzo Sioux che non voleva cederlo. Iniziò un massacro: due mitragliatrici iniziarono a scaricare il loro carico di morte sull’accampamento indiano e i soldati del settimo le accompagnarono sparando su uomini, donne e bambini.Alla fine dell’eccidio, circa trecento indiani, la quasi totalità dell’accampamento, erano morti o morenti. Alcuni Sioux tentarono una disperata reazione, ma gli americani ebbero pochissime perdite, la maggior parte delle quali causate da commilitoni che presi dalla foga della sparatoria non mirarono bene. 

Con questo drammatico episodio, le cosiddette guerre indiane iniziate nella seconda metà del diciottesimo secolo si conclusero quel fatidico giorno in una dimenticata vallata a sud di quello che oggi è un fiorente stato americano. Il problema tra i coloni europei e le tribù di nativi americani iniziò di fatto con lo sbarco di Cristoforo Colombo nel lontano 1492. Colombo e i suoi entrarono in contatto con gli abitanti del luogo che a loro apparirono subito come gente bonaria, sempre con il sorriso sulle labbra e pronta ad aiutare i nuovi arrivati. Ma i nuovi arrivati non avevano bisogno di aiuto. Volevano l’oro. Per averlo avrebbero fatto qualunque cosa, e la fecero. Ma questo riguarda il sud del continente americano. 

A nord le guerre indiane iniziarono circa tre secoli dopo, con l’arrivo dei nuovi coloni provenienti dall’Inghilterra. I coloni cercavano due cose: terra ed oro. Al contrario dei ‘conquistadores’ spagnoli, l’oro lo cercavano nei fiumi, ma la terra era lì a portata di mano. Gli indiani l’avevano usata per secoli, ma i coloni non volevano soltanto usarla per vivere, volevano anche sfruttarla per arricchirsi. All’inizio i pellerossa non capirono questi nuovi arrivati che piantavano palizzate sui terreni per recintarli. Per loro la terra era di tutti, una specie di madre che nutriva i suoi figli, ma poi iniziarono a capire che i recinti si sarebbero allargati. 

Nuovi coloni arrivavano dall’Europa e sempre nuova terra veniva recintata. Persino i bisonti, ritenuti dagli indiani una fonte di nutrimento venivano abbattuti per vendere pellicce. William Frederick Cody, in arte Buffalo Bill, si vantò di averne ammazzati più di quattromila. Per i pellerossa era ben più di un crimine, era un suicidio: significava eliminare una preziosa fonte di sostentamento. Non riuscivano a capire le dinamiche del mondo capitalista. Per loro la ricchezza era la terra ed i suoi frutti, le banconote non rappresentavano niente nella loro cultura. 

Alla fine delle guerre indiane, Il grande Toro seduto, l’uomo che sconfisse il generale Custer a Little Big Horn, disse di coloro che ormai avevano vinto: “Quando avranno inquinato l’ultimo fiume, pescato l’ultimo pesce, ucciso l’ultimo bisonte, abbattuto l’ultimo albero, allora si accorgeranno di non poter mangiare tutto il denaro accumulato nelle loro banche”. Oggi, l’inquinamento preoccupante, la mancanza di risorse, lo smaltimento dei rifiuti e la povertà dilagante in molte zone del pianeta, fanno sembrare queste parole profetiche, ma allora nessuno le capiva o forse non voleva capirle. Quando i pellerossa si resero conto con chi avevano a che fare era troppo tardi; tentarono una disperata difesa, ma il divario tecnologico con i ‘bianchi’ era incolmabile. La lotta non poteva terminare che con lo sterminio del loro popolo. 

Quelli che si salvarono vennero chiusi in squallide riserve: terreni chiusi da recinti. Anni dopo, un bibliotecario americano raccolse le testimonianze degli indiani sopravvissuti e ne scrisse un libro commovente: “Seppellite il mio cuore a Wounded Knee”, un libro che rende giustizia ad un popolo che aveva una sola colpa: quella di avere una cultura diversa dai nuovi arrivati. Tutti oggi ricordiamo nella giornata della memoria lo sterminio degli ebrei nei campi tedeschi. Tutti sappiamo chi è Anna Frank, ed Auschwitz è un nome che risuona nella nostra mente come un incubo. È giusto che sia così. Ma nessuno sa più chi erano gli Algonkini, gli Adai, gli Absaroka e tanti altri. 

Quello che sappiamo lo conosciamo dalla filmografia americana, dove gli indiani sono dipinti come perfidi selvaggi che attaccano le carovane degli ‘eroici’ cow boys. Eppure erano un popolo fondamentalmente pacifico, per di più legittimo proprietario della sua terra. Nei loro confronti fu commesso un genocidio, umano e culturale. I pellerossa non sapevano scrivere, non sapevano usare il telegrafo, con una frase oggi di moda, non erano ‘integrabili’. Non c’era posto per loro nella nuova società basata sul profitto di pochi a scapito dei più. Dovevano essere sterminati e la loro cultura cancellata dalla storia. 

 

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