Alessandro Borghi e Giovanna Mezzogiorno in una scena del film Napoli velata

La Napoli di Özpetek porta un velo di nostalgia

Napoli velata
di Giacomo Sorrentino

La nuova opera di Ferzan Özpetek “Napoli Velata” prova con non poco sforzo a formare un alone di mistero che annebbi la mente e renda la proiezione filmica oscura e indefinibile. Le allegorie presenti in ogni scena del film formano una ragnatela di simbolismi che si intrecciano: la bellezza del corpo, la sensualità, l’idealizzazione.

Giovanna Mezzogiorno, che interpreta Adriana, è un medico legale con un carattere remissivo e pacato, vittima e complice di un intrigo che si fonde con la sua autobiografia. La possessività dell’amore abbaglia la razionalità. L’ideale della bellezza estetica, rappresentato dalla passione carnale e dalla muscolatura statuaria delle opere d’arte, obnubila la capacità di giudizio di Adriana, che cede ai piedi del suo amato.

La bellezza è davvero così potente? Sembra proprio di sì. Perché l’amore effimero costituito dal rapporto sessuale può trasformarsi in un ideale di libertà. Adriana vede se stessa. La fiducia che ripone ciecamente, soprattutto in Luca (Alessandro Borghi), è specchio della fiducia che vuole avere per sé, e di cui può servirsi per ricostruire la sua storia personale. Adriana non desidera realmente nessuno. Il suo approccio ingenuo, che la fa capitolare anche di fronte alla violenza, è un germe di speranza e di riscatto.

Le persone esistono davvero?! O esistono soltanto come le vediamo attraverso i nostri occhi, come se vivessero in un universo ideale parallelo a quello reale? E dove finiscono queste realtà e irrealtà, nel momento in cui non ci è dato conoscerci l’uno con l’altro dal -di dentro-, ma solo attraverso una visuale cieca, come raffigurato dai gruppi di non vedenti che girovagano per i vicoli napoletani!? Vediamo e non vediamo, in un tessuto sociale e interpersonale in cui questa agognata verità porta per l’appunto, un velo. Come Napoli, che dona e priva. Come i personaggi del film, che esistono, e poi misteriosamente scompaiono.

La trama, tuttavia, stenta a decollare. L’ambiguità che dovrebbe trasparire dalla storia non riesce a imporsi, e porta il film a diventare noioso e autoreferenziale, per riprendersi soltanto nella conclusione, che sbroglia, almeno parzialmente, le fila del discorso enigmatico intrapreso. L’impalcatura dell’opera non regge, dando l’idea che qualcosa non funzioni, ma se non altro dobbiamo riconoscere a Özpetek di essersi discostato dalla comfort zone del film corale e macchiettistico a cui ci ha abituato, fatta eccezione per i “femminielli” legati alla tradizione napoletana, sicuramente di più elevato spessore culturale rispetto allo stereotipo di norma proposto dal regista.

Quello che rende il tentativo lontano dalla nomina di eccellenza è l’immaturità di un genere che Özpetek ancora non aveva sperimentato, ma che potrebbe potenzialmente produrre un buon materiale, con un maggiore aiuto della sceneggiatura nel ritmo e nei tempi scenici. L’aspetto onirico infatti viene vanificato dalla lentezza del film. Fiore all’occhiello: la magia del Cristo Velato di Giuseppe Sanmartino, che si trova presso la cappella Sansevero di Napoli, e che esprime attraverso la sua leggenda quel mistero che ci fa chiedere se il velo di Napoli velata sia di marmo o di stoffa.

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