La maccheronizzazione dell’italiano (ultima puntata)

La maccheronizzazione dell’italiano (ultima puntata)
di Luciano Torelli

Si affaccia, infine (6° p.) la contaminazione dell’aspetto stilistico della lingua italiana con alcune costruzioni all’inglese; si insinua il dubbio che persino la Chiesa delatinizzata stia inglesizzandosi, che le confezioni scritte in inglese contengano prodotti “più buoni”: il tutto celato con retorica subdola.
Ebbene sì, il nostro malcapitato spettatore televisivo non si era mai accorto di almeno tre cose: 1) Da circa 12 anni non si scrive più il Lei (civilissima forma di cortesia che non tutti i popoli hanno nella loro lingua), 2) Non si scrive nemmeno più la forma indeterminata o il plurale (fate questo, fate quest’altro, si faccia questo), 3) amarum infundo, nella pubblicità, esce fuori un pedante, noiosissimo e inutilmente ridondante aggettivo possessivo tuttoinglese, necessario, sì, in inglese, ma che in italiano è quanto di più prolisso e inncessario si possa trovare in un discorso: per l’italiano, persona o lingua, è ovvio che la pomata propostami la spalmerò sulla mia pelle e, all’occorrenza, anche su quella di qualcun altro: il collirio lo metterò nei miei occhi e via dicendo: non c’è bisogno che me lo dicano loro, gli “illuminati” della pubblicità; anzi, ad essere un po’ più macchinali, potrei essere indotto a pensare che il collirio Bin Bon serva solo ai miei occhi e che mi sia proibito aiutare un amico a curare il suo arrossamento con il mio collirio. Se l’inglese deve dire: “adesso pettino i miei capelli” non è una ragione sufficiente, perché l’italiano non continui a dire “adesso mi pettino i capelli”; … oppure, anche qui dovrebbe sopraggiungere la possente vergogna simile a quella dell’italico congiuntivo?!
Mi chiedo, perciò: ma, esiste forse una qualche società segreta che pretende di imporre il tu e di far abolire la forma di cortesia? Perché il tu, imposto con perfetto sincronismo in ogni cartello, indicazione, obbligo, divieto, invito, raccomandazione o pubblicità, si è affacciato repentino e prepotente ai primi anni 2000 come se qualcuno - chissà chi? - si fosse messo d’accordo da un giorno all’altro, fissando una data: questo suona molto strano al nostro ormai riflessivo anziano signore - ma non babbeo - e gli pone un’infinità di dubbi, compreso quello che agli adepti della fantomatica società segreta sia proibito usare il Lei.
Facendo i debiti collegamenti, memore dei suoi studi giovanili, il nostro buon signore si ricorda che a inglese gli insegnavano che la parola you (pr.iù) - plurale di thou( pr.dhu) - voleva dire voi e che da oltre due secoli era entrata (o stata fatta entrare) in uso al posto di thou anche fra persone in stretta confidenza; a questo punto si chiede: “Perché vanno insegnando che you vuol dire tu? Personalmente ritengo giusto quel che mi hanno insegnato a scuola: il significato pratico (tu o voi) di you in Inglese dipende oggi dal grado di confidenza fra le persone che lo usano e, quindi, dal linguaggio usato: you rivolto alla Regina Elisabetta non avrà lo stesso significato di quello che io o l’anziano signore rivolgiamo al proprio figlio!!
Prima di mandare a dormire il nostro ultra settantenne, un po’ stanco e ancora confuso, vorrei infine citare rapidamente gli accenti spostati alla Stanlio e Ollio: Istàmbul anziché Istambùl, mìssile invece di missìle (cfr Dante), utènsili al posto di utensìli, filòbus contro filobus, Cànada invece di Canadà e chi più ne ha ne metta.
In appendice, pongo i termini collezione (da collection) usato per linea di produzione; set per serie di attrezzi e concludo, professando che non bisogna lasciarci troppo pilotare, accontentarci sic et simpliciter di quello che ci viene propinato, senza discutere nulla, ma farci almeno venire qualche dubbio sul cosa di nuovo ci giunge agli orecchi e in che modo: cerchiamo di continuare a voler bene alle nostre radici, ovviamente senza mai esagerare in integralismi e restando nel buon gusto.
Facciamo onore ai nostri titoli di studio! Buon sonno e buona ripresa all’anziano signore.

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