Stato pontificio: briganti prigionieri vicino Frosinone, Wikimedia Commons

Una storia dimentica da troppo tempo del nostro Mezzogiorno

 

Le insorgenze del Sud
di Antonello Cannarozzo

Nelle pagine del nostro Risorgimento si è sempre scritto che la liberazione del Sud Italia da parte dei piemontesi fu ostacolata dai briganti, gente ladra, assetata di sangue ancora al soldo dei vituperati Borboni. 

Con le loro gesta sanguinose terrorizzavano le popolazioni e per questo il giovane esercito italiano dovette usare spesso le maniere forti: arresti di massa, fucilazioni senza processo e quant’altro. In fondo erano solo dei briganti e con questa giustificazione era permessa ogni azione militare, anche la più vergognosa. 

Non tutti, però, difendevano questi interventi. Tra i primi a smontare queste giustificazioni fu, già nel 1862 dai banchi del parlamento torinese, il deputato Giuseppe Ferrari, filosofo, storico di tendenza democratica e repubblicana e grande avversario dei Borboni, ciò nonostante usò parole di fuoco contro questo modo di gestire la nazione appena nata, con accuse che hanno, purtroppo, ancora la loro attualità. 

Non riconoscere - affermava - a chi si trova sul fronte opposto alcuna dignità politica, attingere a quel repertorio di parole che definisca l’altro ora “barbaro”, ora “brigante” è il metodo più semplice e antico di demonizzare l’avversario e insieme legittimare se stessi” e concluse, non senza una profonda ed  amara ironia,:” I padri di questi briganti hanno riportato per due volte i Borboni sul trono di Napoli […] È possibile, come il governo vuol far credere che 1.500 uomini comandati da due o tre vagabondi possano tener testa a un intero regno, sorretto da un esercito di 120.000 regolari? Perché questi 1.500 devono essere semidei, eroi!”

Storicamente il Regno delle Due Sicilie non era certo Paradiso in terra, ma neanche gli altri Stati europei erano terra di Bengodi; la povertà, almeno intesa con i moderni parametri sociologici, era assai vasta. Ciò nonostante, non solo uomini dell’esercito piemontese, ma anche scrittori che erano calati a Sud per conoscere questa nuova realtà, rimasero colpiti dall’attaccamento del popolo al loro re. 

Una devozione che sarà messa in pratica specialmente nel corso del XVIII e XIX secolo, quando il meridione fu terra di scorrerie straniere. Invasioni che suscitarono una vigorosa reazione, specialmente dal cosiddetto popolo minuto, sempre con un senso identitario per la difesa della patria e di una dinastia come quella dei Borboni, fino ad allora forestiera, ma dopo questi eventi finalmente diventata anch’essa ‘napoletana verace’

Tra le tante insurrezioni o insorgenze contro lo straniero da parte dei ‘cafoni’, poco conosciuta, ma assai significativa per comprendere lo spirito dei sudditi borbonici, è una pagina di storia abruzzese che vide la cacciata, nel 1798, degli invasori francesi grazie alla vittoriosa sommossa guidata da un semplice popolano, Giuseppe Pronio, fautore, tra l’altro, della riconquista di Pescara che inflisse dure perdite al generale Duhesme, presso Castel di Sangro. 

Purtroppo, i francesi tornarono dopo poco tempo grazie ai successi del giovane Napoleone Bonaparte il quale, con la scusa degli ideali della Rivoluzione, diede luogo in realtà ad una corruzione e ruberie senza pari, spartendo anche i regni conquistati tra i suoi congiunti. 

In questo dramma, a resistere furono unicamente le due fortezze della piazza abruzzese di Civitella del Tronto e quella di Gaeta, nel basso Lazio. Il generale irlandese Wade che comandava la fortezza abruzzese, rifiutò senza esitazioni la resa ai francesi e addirittura cominciò una contro offensiva assieme al capo-popolo, sopranominato Sciabolone, con azioni di guerriglia assai efficaci. Le truppe francesi per risposta a questa inaspettata resistenza bombardarono la città, per poterla occupare facilmente, ma ogni sforzo fu vano. Anche l’attacco che doveva essere risolutivo nei piani del generale, venne respinto dalla popolazione. 

Solo l’arrivo del generale Saint-Cyr cambiò le sorti dei rivoltosi in favore dei francesi. Con spietatezza ordinò di indirizzare tutta la forza bellica non verso il forte, impossibile da vincere, ma contro la città, punto debole dell’intero sistema difensivo, facendo centinaia di vittime innocenti.

Dopo questa ingloriosa vittoria, Saint-Cyr ordinò da par suo la spoliazione della città, in pratica licenza di rubare e violentare le donne. Inoltre emanò un editto nel quale si dichiarava che tutti gli abitanti presi con le armi in mano o sospettati di resistenza dovevano essere immediatamente giustiziati, anche senza alcun processo; in caso di ribellione si sarebbe proceduto alla rappresaglia per decimazione, sempre in nome, ovviamente, della Liberté, Égalité, FraternitéLa reazione, come in altre parti del regno occupate e spesso senza una guida certa del governo borbonico in fuga, portò molti, specialmente tra i giovani ufficiali, soldati e popolani, a prendere la via della montagna per combattere l’invasore. 

Scrisse alcuni anni fa lo storico Arrigo Petacco nel suo libro ‘O Roma o morte’: “Nel Meridione si verificò in anticipo quanto accadrà dopo l’armistizio del 8 settembre 1943, quando i soldati italiani, abbandonati dai loro comandi, si rifugiarono sulle montagne per accendere i primi fuochi di resistenza. Non a caso, anche i tedeschi li chiamarono briganti o banditi invece che patrioti. Lo stesso capitò ai soldati borbonici”.

Forse, rileggendo la vera storia del Sud, senza nulla togliere alle varie responsabilità personali, si capirebbe meglio l’annosa questione del Mezzogiorno che da un secolo e mezzo, da Giustino Fortunato ai nostri tempi, è ancora sentita come un peso invece di una opportunità per l’intera nazione e, purtroppo, non si intravedono segnali di soluzione, almeno fino ad oggi.

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