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L’Unione Sovietica è davvero esistita?
di Valerio Calzolaio

Circolo Culinario dei Cuochi Pasticcioni
L'Ottobre ha 100 anni! Concerto per Pianoforte e Cena di Gala
Conversazione fra amici e compagni del CCCP a Castel di Lama, domenica 5 dicembre 2017

Appunti di Valerio Calzolaio
Scaletta in cinque (rivoluzionari) punti:

- Le rivoluzioni e i calendari (fra l’altro)
- Per l’anniversario rivoluzionario trovate ovunque libri, servizi, speciali: studiate quelli (i miei sono spunti)
- Rivoluzioni (sociali e culturali, attive e passive) sono spesso utili; io non mi sento tanto bene
- Comunismo rivoluzionario e pensiero ironico
- Il nostro rivoluzionario CCCP

1. Oggi è il 5 novembre 2017. Domenica. E Graziano Celani, uno dei due mitici capi del nostro Circolo Culinario dei Cuochi Pasticcioni (CCCP appunto), ha scelto questa data perché è il dì di festa che precede l’anniversario che voleva celebrassimo, il centesimo anno di questa ipotetica rivoluzione che portò alla nascita dell’ipotetica Unione Sovietica (ipotetica perché lui ci ha messo un punto interrogativo, nel titolo assegnato a questa chiacchierata).
Precisamente quando c’è stata la rivoluzione russa, Graziano? Quanti sono i giorni che hanno sconvolto in mondo, uno, due, dieci, prima e dopo? Questo 7-8 novembre 2017 (secondo il calendario papale gregoriano) segna i cento anni trascorsi da quel 25-26 ottobre (secondo il calendario imperiale giuliano), quando la lunga Rivoluzione Russa, iniziata tra l'8 e il 12 marzo (secondo il calendario gregoriano), portò al potere i bolscevichi, guidato da Lenin e Lev Trockij. La Rivoluzione d’Ottobre è chiamata così perché ebbe definitivo successo il 25 ottobre 1917 secondo il calendario giuliano adottato nell’epoca pre-rivoluzionaria (secondo il nostro calendario, gregoriano, il 7 novembre).
La rivoluzione d'ottobre è la fase finale e decisiva della rivoluzione russa iniziata in Russia nel febbraio 1917 (del calendario giuliano), che segnò dapprima il crollo dell'Impero russo e poi l'instaurazione della Repubblica sovietica. Dopo il rovesciamento della monarchia zarista, per alcuni mesi la Russia fu sconvolta da conflitti tra i partiti politici e dalla crescente disgregazione militare ed economica, e il partito bolscevico guidato da Lenin e Trockij decise l'azione armata contro il debole governo provvisorio di Aleksandr Fëdorovič Kerenskij per assumere tutto il potere a nome dei Soviet degli operai, dei soldati e dei contadini. L'insurrezione, avvenuta tra il 7 e il 8 novembre 1917 a Pietrogrado, si concluse con successo; i bolscevichi formarono un governo rivoluzionario presieduto da Lenin e furono in grado di estendere progressivamente il loro potere su gran parte dei territori del vecchio impero zarista. La reazione armata delle forze controrivoluzionarie e l'intervento delle potenze straniere provocò l'inizio di una cruenta guerra civile che si concluse con la vittoria bolscevica tra il 1921 e il 1922.
La data cambiò la Russia, il territorio circostante, l’Europa, il mondo; ha cambiato la storia. E anche il calendario, ancora una volta! Poco tempo dopo la rivoluzione d'ottobre del 1917, Vladimir Lenin decise di cambiare il calendario in vigore in Unione Sovietica passando dal calendario giuliano al calendario gregoriano. A causa di ciò, vennero eliminati i giorni fra il 1º e il 13 febbraio 1918. Come faremo a celebrare qualcosa nella prima metà del prossimo febbraio 2018? I rivoluzionari russi rivoluzionarono come è noto molto, fra l’altro parte significativa della toponomastica russa. E non si limitarono ad adottare un altro calendario (giustamente e finalmente), cambiarono a esempio anche il modo di contare i mesi e le settimane. A partire dal 1º ottobre 1929 venne introdotta una nuova versione razionalizzata del calendario: ogni mese era composto da 30 giorni e i restanti 5 o 6 giorni (a seconda del fatto che l'anno fosse o meno bisestile) venivano aggiunti come feste, non appartenenti a nessuna settimana o mese. Questi giorni erano: la festa di Lenin (dopo il 30 gennaio); la festa del lavoro (due giornate dopo il 30 aprile); la festa dell'industria (due giornate dopo il 7 novembre); negli anni bisestili, il giorno successivo al 30 febbraio.
Inoltre, adottarono una misura anti-religiosa (anche per controbilanciare l’adozione della bolla papale!) e bandirono la domenica cristiana come giorno del riposo. La settimana di 7 giorni venne abolita e rimpiazzata da una settimana di 5 giorni. Nella nuova settimana, tutti i lavoratori erano divisi in 5 gruppi (giallo, rosa, rosso, viola e verde) ed ogni gruppo aveva uno dei 5 giorni della settimana come giorno del riposo. Lo scopo era quello di aumentare l'efficienza industriale evitando l'interruzione regolare di un giorno non lavorativo. Benché col nuovo sistema i lavoratori avessero più giorni non lavorativi (uno ogni 5 invece di uno ogni 7), la suddivisione in 5 gruppi rese estremamente scomodo ogni tipo di relazione sociale e familiare. Fu molto impopolare. Non solo, ma anche i progettati guadagni di produttività non si rivelarono tali. Sembra addirittura che il calendario gregoriano sia stato usato in Unione Sovietica anche in questo periodo, cosa confermata dalla consultazione dei vecchi numeri dell'epoca della Pravda, il quotidiano ufficiale del Partito Comunista dell'Unione Sovietica: si può notare che febbraio era composto da 28 giorni anche negli anni 1930 e 1931. A partire dal 1º dicembre 1931 venne reintrodotto il sistema delle lunghezze dei mesi in uso in Occidente. La settimana di 5 giorni venne sostituita da una settimana di 6 giorni, con un comune giorno di riposo ogni sesto, dodicesimo, diciottesimo, ventiquattresimo e trentesimo giorno del mese. Il trentunesimo giorno venne tenuto al di fuori di questo sistema e utilizzato come festa o giorno lavorativo, a seconda dei mesi, mentre il 1º marzo prese il posto del 30 febbraio. In pratica fu evidente che la tradizione del giorno di riposo domenicale era durissima da eliminare, i lavoratori spesso utilizzavano come giorno di riposo sia la domenica che il giorno del nuovo calendario. Infine, nel 1940 venne reintrodotta la vecchia consuetudine della settimana di 7 giorni.
Le rivoluzioni cambiano spesso i calendari (oltre alla toponomastica) e talora cambiare il calendario è esso stesso una rivoluzione. Contare il tempo non è una scienza esatta. “Calendario” è un nome romano, usato in relazione al pagamento delle tasse che non andavano pagate alle “calende greche”, bensì all’inizio di ogni mese, alle calende appunto. Non cominciarono i romani a contare il tempo. I primi “calendari” erano impostati sui moti degli astri, sole o luna o entrambi (lunisolare, ebraico a esempio). Il problema è che quel moto, quei cicli astronomici, furono male (e violentemente) interpretati per millenni, spesso corretti e adattati nel corso del tempo, non ovunque, non da tutti però. Rilevava il periodo di rivoluzione del giro Terra-Sole (qualche popolo o religione ha pensato a lungo del Sole intorno alla Terra, invece no), ovvero della Terra intorno al Sole, per individuare l’anno e le quattro stagioni (abbastanza precisamente). Rilevavano le fasi lunari, fra l’altro la luna più o meno piena, per individuare settimane e mesi (cicli di 7 e quasi 29 giorni, un ciclo globale però più corto rispetto a quello del sole). Rilevavano le correlazioni creazioniste astri-dei, l’origine della vita umana e dei giorni. Gli egizi contavano il Capodanno a partire dal levare eliaco della stella Sirio, all’incirca in prossimità del solstizio d’estate e in concomitanza dell’arrivo delle inondazioni del Nilo. I cinesi (ancor oggi) festeggiano Capodanno un mese dopo di noi. Per i romani antichi l’inizio dell’anno si collocava a primavera, poi si scelse la data vicina al solstizio d’inverno. Ancor più l’orario d’inizio del giorno è cambiato spesso e ovunque nel passato remoto (l’Italia dei comuni introdusse poi i campanili a uniformare il tempo). E, poi, i romani contavano gli anni dalla fondazione dell’Urbe (753 a.C.), i cristiani dalla nascita di Cristo (però dal 532 d.C. nell’impero romano in dissoluzione), i musulmani dall’Egira (migrazione forzata di Maometto nel 622 d.C. e si cambia giorno al tramonto!). Sono solo esempi, alcuni che arrivano a oggi, un percorso di conoscenze e conflitti, imposizioni e rivoluzioni. Ve ne sono di innumerevoli nella storia e geografia dei gruppi umani, delle culture e delle religioni. Anche la Rivoluzione Francese impose un proprio colto calendario “repubblicano”, restato in vigore dal novembre 1793 a fine dicembre 1805 (Capodanno il 23 settembre come equinozio d’autunno, abolite le settimane per tre decine, nomi nuovi dei mesi).
Vediamo, arrivando così alla rivoluzione che impose ai russi una bolla ecclesiale (!), come abbiamo acquisito il “nostro” calendario, il calendario gregoriano. È molto interessante e istruttivo. Andate con la mente a 435 anni fa, un mese prima di oggi, che è il 5 dicembre 2017. Chi era cosciente dello scorrere dei giorni nel piceno, dalle parti di queste marche e in questa parte del mondo sapeva che il 4 ottobre 1582 stava per accadere una cosa strana. La giornata sarebbe trascorsa come sempre (con le sue dinamiche e gli eventuali casi), sarebbe giunta la sera e a mezzanotte in un attimo sarebbe arrivato non il 5 ma il 15 ottobre, wow! Lo aveva stabilito una bolla papale del febbraio precedente ("inter gravissimas"). Si trattava di riconoscere praticamente Copernico, passare dal calendario giuliano (Giulio Cesare, copiando gli egiziani, calendario peraltro ancora parzialmente in uso in astronomia) al calendario gregoriano (Papa Gregorio XIII). Pur mantenendo per giorni e mesi quasi sempre i nomi (divini) romani e la loro successione, la bolla fu una rivoluzione che avvenne subito solo in una ristretta area cattolica (più o meno l'area di 9 degli attuali 28 stati dell'Unione Europea), poi in parte ampia del mondo tempo dopo (anche molto dopo, in Russia proprio grazie alla Rivoluzione), mai ovunque (finora). Ecco, dieci giorni scomparvero. Se fosse accaduto 90 anni prima come avremmo gestito lo sbarco di Colombo il 12 ottobre? Non è mai esistito qualcuno che abbia fatto qualcosa il 5 o l'8 o il 12 ottobre 1582. E sarebbero tante le stranezze permanenti sulla percezione del tempo da narrare. Qui l'importante è che l'8 ottobre 1582 le sante Palazia e Laurenzia dalle nostre parti non poterono essere celebrate.
Ho cinque rivoluzionari punti in scaletta, solo il primo ha trattazione lunga. Gli altri sono cenni e spunti, niente di organico e meditato. In ogni occasione pubblica sento ben presto ormai il crescente il bisogno di scomparire da tutto e tutti improvvisamente. Qualche volta vedo amici e amiche sperimentarlo, a esempio su questi nuovi infernali strumenti (il radar social), organizzarsi per qualche giorno di assenza (o qualche mese o qualche anno). Sarebbe rivoluzionario!

2. Lungo tutto questo 2017 vi sono state molte celebrazioni e narrazioni del centesimo anniversario della Rivoluzione d’Ottobre, in varie parti del mondo e in Italia. Libri, saggi, conferenze, mostre, rassegne, spettacoli, reportage, inchieste, dibattiti, polemiche, di tutto e di più. Eventi e appuntamenti sempre attraversati da una mitica ipotetica (o esplicita) domanda: siamo pronti per un giudizio storico definitivo? E l’insieme dei “contro” in che proporzione è con l’insieme dei “pro”? Non ho competenza per esprimermi a riguardo.
Non credo basti elencare i fatti storici, il progredire degli eventi da febbraio a novembre, le premesse e le conseguenze storicamente determinate (dei mesi, degli anni, dei decenni, del secolo precedenti e successivi), è certo utile avere comunque una diffusa conoscenza critica di base (preventiva almeno a partire dagli zar e, poi, dal 1905-1907; successiva almeno fino al 1921 e poi al dispotismo staliniano). Non credo ci si possa limitare a vedere luci e ombre, aspetti positivi e negativi per i russi, per i successivi sovietici, per il resto d’Europa (e d’Asia), per gli altri popoli, per le classi e i gruppi sociali, per le ideologie politiche e culturali, è certo utile riconoscere un pluralismo di punti di vista e un’articolazione degli effetti rivoluzionari. Non credo sia sufficiente per gli studiosi progressisti e di sinistra attestarsi solo sulla convinzione che la rivoluzione sia stata un “disastro” per il popolo russo, per l’Europa, per la sinistra in tutto il mondo. Questa è ormai un’opinione largamente condivisa, anche a sinistra. Per me che non ho mai avuto una fascinazione per l’URSS (a causa della mia età e di giovanili spiriti libertari refrattari all’onnipotenza dei Partiti) non è convincente però cavarsela mettendo il segno negativo. Non fu un “abbaglio”, ci fu un grande moto liberatorio di popolo, un protagonismo di classi e gruppi sociali subalterni, la rivendicazione della pace nel 1914, il ritorno a casa dei soldati russi, il rovesciamento di un orrido regime zarista. Va preso atto di un complesso percorso storico. E poi c’è il grande problema storico delle rivoluzioni (non solo proletarie) che passano da progetti di trasformazione al terrore (vale anche per la rivoluzione inglese di metà Seicento, la rivoluzione francese di fine Settecento, in parte per la stessa rivoluzione americana, passata per una terribile guerra civile). Ciò dovrebbe comunque far riflettere anche chi ha nostalgia di quella specifica Rivoluzione (e dell’URSS), chi acriticamente sostiene il suo carattere sostanzialmente positivo e giustifica o non valuta o considera marginale la drammatica negativa strutturale realtà della polizia segreta, dei progetti farsa, delle purghe, delle deportazioni, dei gulag siberiani e degli assassini di massa.
Come è noto, la teoria marxista della rivoluzione socialista (come portato inevitabile della crisi del capitalismo maturo, in vista di un egualitario comunismo) non è esemplificata dalla nazionale e nazionalista Rivoluzione d’Ottobre. La consapevolezza del carattere non antropocentrico dell’evoluzione e degli ecosistemi e l’impegno personale e collettivo per l’uguaglianza sostanziale fra liberi esseri umani del pianeta sono identità difficilmente conciliabili con il capitalismo, convengo. Anche con le rivoluzioni violente, alla prova dei fatti, finora. Comportano forse una preferenza per rivoluzioni lente e gentili, empatiche e non violente, capaci di far marciare insieme una relativa maggiore libertà e una relativa maggiore eguaglianza. In questo secolo, per esperienza diretta sulla propria pelle o sulla pelle dei propri bisnonni nonni e genitori, miliardi di persone associano alle rivoluzioni comuniste partiti unici e totalitarismi, dittatori che hanno sostituito (eliminato) le avanguardie che hanno sostituito (eliminato) le minoranze rivoluzionarie che hanno sostituito (eliminato) i predecessori, così andò in Russia, così andò in Cina (e altrove). Vediamo bene se davvero furono stabilmente superate le disuguaglianze economiche e sociali nei regimi comunisti, non sottovalutiamo l’analisi di tutti gli aspetti (a esempio anche di istruzione, educazione fisica, salute a Cuba). E il capitalismo globalizzato ha comunque poi coinvolto anche gran parte di quegli Stati in tutti i loro aspetti sociali, ben prima di altre restaurazioni o rivoluzioni.

3. Le rivoluzioni (sociali e culturali, attive e passive) sono spesso necessarie, talora possibili e utili…
… e io non mi sento tanto bene (pur non sentendomi affetto da revisionismo). Non sono certo che quanto accadde cento anni fa, la Rivoluzione d'Ottobre in Russia, sia stato l'evento più importante e straordinario del secolo scorso. E non sono certo nemmeno che da allora il mondo sia cambiato nel senso che le popolazioni oppresse ovunque hanno alzato le bandiere della speranza e della riscossa e che poi hanno tenuto quella bandiera alzata per tutto il secolo successivo sulla base degli stessi ideali della Rivoluzione d'Ottobre in Russia.
Quel che mi frulla per la testa da vari decenni sono due domande: come fare “teoria” sul fatto che vi siano stati e vi possano essere tempi e luoghi in cui una insurrezione violenta e una rivoluzione violenta vanno proprio materialmente fatte? È possibile distinguere, come individui sociali, l’essere rivoluzionari dal fare rivoluzione?
La questione della violenza e della non-violenza nell’agire collettivo attiene alla sostanza del fare rivoluzioni. Capisco che non si possa delegare la violenza alla sola istituzione, neanche all’uso esclusivo delle istituzioni pubbliche del proprio democratico Stato di diritto. Anche nel nome della democrazia sono state realizzate o coperte violenze e torture, oppressioni sociali e civili. Se è a me chiaro che il rapporto fra maggioranza e minoranza non si può risolvere sempre (sia a livello di piccolo gruppo che a livello di popolo) con il fare quel che decide la maggioranza, deve pur essere evidente che le rivoluzioni annullano con brutale energia ogni questione di titolarità di scelte che travolgono tutti, volenti o nolenti. “Fare” la rivoluzione è una forma del ribellarsi a sfruttamenti e oppressioni, non impone il fare violenza alla maggioranza o a tutti e il considerare ogni dubbio od opposizione come controrivoluzionari.
Condivido che vi siano comportamenti collettivi da “rivoluzionare”, che ognuno di noi dovrebbe essere più radicale (e rivoluzionario) verso le oppressioni e gli sfruttamenti che vede (non solo quelli che subisce), in genere oppressioni e discriminazioni ataviche profonde diffuse, di sesso di razza di generazione di cultura, sfruttamenti di classe e di ecosistemi. Il problema è che anche la libertà e le libertà sono un valore fondante la convivenza e la coevoluzione, che i diritti “umani” (ricomprendendovi quelli degli ecosistemi) sono universali e inviolabili. Comportarsi da rivoluzionario comporta rispettare libertà e diritti, non ammette di sospenderli per un po’ (tanto più che l’eccezione poi diventa la regola, il transitorio definitivo). Contrastare la gerarchia fossilizzata nelle relazioni personali e sociali non può tradursi nell’imporre gerarchie e disuguaglianze proprie e del Partito (innanzitutto nella conoscenza e nell’informazione). Destra e sinistra si riferiscono per definizione e sostanza al pluralismo delle rappresentanze parlamentari non a sistemi a partito unico. E le nostre azioni possono essere reversibili o irreversibili, correggibili o assolute, condivise o meno maggioritariamente, inoltre hanno effetti stratificati nel tempo, di breve e lungo periodo. Liberazioni e rivoluzioni hanno un indispensabile contesto individuale, non “mortificare” e mortificarsi il meno possibile. Pensiamo con ironia!

4.
Si sta manifestando un valore aggiunto dell’azione collettiva, il pensiero ironico, una conquista civile. Agire e reagire con ironia. Wow! Ah, ne fossimo sempre capaci!!
Il pensiero ironico può essere una forma di conoscenza libera e di comunicazione mite che favorisce il soggetto debole di una relazione, che impone rispetto e stimola consenso, che induce soluzioni pacifiche delle controversie. Il pensiero ironico come azione, non solo come reazione. Pensiamo con ironia, accettiamo la relatività della conoscenza, l’impossibilità di giungere a comprensioni assolute. Pensiamo con ironia, incorporiamo nella decisione e nell’azione la parzialità (i limiti) delle decisioni e delle azioni. Pensiamo con ironia, non subiamo acriticamente lo stato di cose presenti e diffidiamo di chi si presenta sempre sul carro dei vincenti.
La politica, anche l’amore (mio) per la politica, suggeriscono una scelta deliberata e permanente di pensieri ironici. La battuta, il motto, la vignetta, la caricatura, lo striscione sono comunque relazioni che hanno introiettato qualcosa dell’altro (l’avversario), ribattendo con intelligenza e nonviolenza. Anche con ferocia, magari, talvolta. La forza e l’efficacia stanno nel divulgare e informare, nel “pensare” senza l’insulto, il pregiudizio, l’urlo. Ironia silenziosa e riflessiva. L’aggiunta di un punto di vista ironico assegna significati teatrali e impliciti all’enunciazione delle differenti opinioni. Renderei obbligatorio circondarsi di amici e compagni che danno qualche volta torto (con perspicacia e ironia) a chi ha maggiori responsabilità di azione e decisione, gli fanno la “caricatura” (grande arte, grande tecnica), gli riferiscono sane critiche severe e leggiadre.
C’era una volta un pensatore comunista ironico, un intellettuale europeo che rifondò il noir e lo slow food quasi prima che si parlasse di loro. Era lo spagnolo Manuel Vazquez Montalban. Quasi un trentennio fa, chiamato a una prolusione sul “Don Chisciotte” parlò della sua opera (quattrocento anni or sono) come esempio di un grande pensiero ironico. Un pensiero troppo e tragicamente mancato al movimento comunista nell’intero Novecento (a proposito di rivoluzione russa). Un pensiero essenziale alla sinistra, all’ecologia, alla libertà. O no?

5. Grazie a Graziano, a Fabio e ai CCCP! Graziano ha spiegato più volte che l’idea e il nome del circolo culinario dei Cuochi Pasticcioni nascono una decina di anni fa nel solco degli ideali e delle speranze della Rivoluzione d'Ottobre in Russia.
Nonostante tutto, siamo con Voi, Vostro Onore! Stasera ascoltiamo bella musica, grandi poesie, alcune narrazioni e chiacchiere. Si mangia insieme con ottima qualità di bevande e cibi. Alcuni di noi sono comunque tormentati da dubbi e ricordi. E, allora, ragioniamo allegramente insieme anche sulla nostalgia e sui nostalgici. Forse possiamo tutti avere “nostalgia” per avere e praticare ideali e speranze. Molti di noi sono “nostalgici” di fasi della vita non tutte in realtà belle e positive. A esempio, siamo nostalgici di amori che non in tutto e per tutto il tempo sono stati davvero affascinanti per entrambi e rispettosi di entrambi: quella o quello si comportò proprio da stronza, diciamo la verità! Eppure la nostalgia che proviamo è per il cuore che batteva forte, per la testa obnubilata da pensieri travolgenti. Molti di noi (diversamente giovani) sono nostalgici di passioni assorbenti, spinte collettive, speranze di liberazione da oppressioni, movimenti disinteressati di più persone perbene, quelle cose che fanno sentire vivi e non egocentrici. Pasticciare in cucina, condividere esperienze enogastronomiche, scambiare antichi ideali e speranze significa questa sera “celebrare” criticamente un evento impresso, nel bene e nel male, nella memoria collettiva di gran parte delle donne e degli uomini oggi vivi sul pianeta.

Pace e Libertà, Lotta e Speranza!

Valerio Calzolaio

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