Scena tratta dal film The Place di Paolo Genovese

L’ultimo film di Paolo Genovese

The Place
di Lorenza Rallo

“Homo faber fortunae suae”

Dopo il grande successo di Perfetti sconosciuti, Paolo Genovese torna al cinema con la sua ultima fatica, The Place, nelle sale a partire dal 9 novembre. Il film ha attirato molto interesse da parte di critica e pubblico e attualmente si trova alla seconda posizione al Box Office, con un incasso pari a € 398.661,00.

L’idea di The Place nasce da una serie tv americana dal titolo The Booth at The End, creata da Christopher Kubasik.
Paolo Genovese dirige un film corale, con un’atmosfera quasi da film indipendente, insolita rispetto ai suoi lavori precedenti. C’è sempre un tavolo attorno al quale ruotano le vite di 11 personaggi che non si incontrano (quasi) mai tra di loro sullo schermo, seppure uniti da un fil rouge, che si snoda sequenza dopo sequenza. In The Place, il luogo è sempre quello, di giorno, di notte, con diverse riprese e angolazioni.

Magistrale è l’interpretazione di Valerio Mastandrea, nei panni del deus ex machina dell’azione scenica, dalla personalità emblematica (forse fin troppo) che con pochi gesti e ancor meno parole riesce a mettere in crisi l’intero sistema.
Angelo o demone, non si è capito bene, cambia in base a chi si trova di fronte e in base a cosa legge sulla sua agenda, nella quale trascrive in modo quasi convulsivo i “dettagli” di ogni reo confesso. A detta sua non si considera un mostro, ma si definisce colui che nutre i mostri. Un punto di riferimento, una valvola di sfogo per tutti coloro che hanno bisogno di trovare la propria strada, il proprio “posto” nel mondo.
L’Uomo appare come una figura eterea in cui alberga anche un lato umano, che riesce ad emergere solo quando si trova davanti ad Angela (Sabrina Ferilli), la cameriera del bar nel quale l’Uomo “vive” a qualsiasi ora del giorno e della notte. Lei è una donna-angelo che prende a cuore la vita-non vita dell’Uomo e lo accompagna verso un processo salvifico.
Con il film di Genovese il ruolo onnisciente dello spettatore viene abbandonato, non si sa nulla dell’Uomo né degli altri personaggi, come al teatro si è osservatori silenti, il più delle volte messi davanti al fatto compiuto.
Ciò che accade fuori dal bar viene soltanto raccontato e intuito. Il bar è un confessionale nel quale vengono messi alla luce i mali che affliggono gli uomini, il dark side che si nasconde (ancora, a volte non troppo) e alberga nell’essere uomo.

Con il suo ultimo film, Paolo Genovese mette alla prova le sue abilità non solo registiche ma anche stilistiche. Di particolare interesse è la scelta della cromia scenografica, che richiama per alcuni versi l’arte di Hopper. Nelle note e nel timbro di voce di Marianne Mirage, che canta The Place, tema principale del film si riesce a cogliere l’atmosfera sinistra e inquietante della pellicola.
Nelle sequenze del film aleggia sempre una sensazione di finzione, di distacco, di poca empatia, nonostante le storie raccontate, che per le tematiche sono molto vicine alla nostra epoca storica.
Come in un puzzle, scena dopo scena si cercano di costruire (a fatica) le storie, anche se si riescono a decifrare i legami che uniscono i personaggi, i loro desideri e i loro “compiti”, rimane sempre quella sensazione di incompletezza, che resta anche fuori dal buio della sala.
In The Place, Genovese azzarda con una narrazione insolita, diversa, ma intrigante, per la quale il cinema italiano potrebbe essere pronto, ma un po’ meno il pubblico.

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