La Breccia di Porta Pia in una litografia colorata del tempo, Roma Museo Centrale del Risorgimento

Il 20 settembre finiva, dopo 1600 anni, lo Stato Pontificio

La breccia di Porta Pia: fu vera gloria?
di Antonello Cannarozzo

Il 20 settembre 1870 è nella storia dell’Italia una data memorabile. Si realizzava il sogno di una nazione finalmente unita, che aveva avuto le sue radici in Dante e Petrarca e che faceva di Roma la propria capitale.
Certo Roma rappresentava il traguardo del Risorgimento e nessuno potrebbe pensare oggi come anche allora la città eterna avulsa dall’Italia per la sua storia e per la posizione geografica che la poneva al centro della nazione.
Peccato però che si arrivò a questo epilogo in maniera forse poco diplomatica che, come avremo modo di vedere, non fece certo onore al “Re galantuomo”, Vittorio Emanuele II.
Ancora pochi giorni prima dell’assalto finale, il Re scriveva a Pio IX definendosi “figlio devoto” ed affermando di trovarsi nello Stato Pontificio non per invadere, ma per difendere il Papa da eventuali assalti, da parte di chi non fu mai dato sapere, perché insurrezione a Roma, come nel resto del territorio papalino, non ci fu mai.
Ricordiamo che lo Stato Pontificio, come tutti gli altri Stati della penisola, era riconosciuto da tutte le potenza straniere, esclusi gli Usa per una ruggine di dieci anni prima, ai tempi della guerra di Secessione, quando Pio IX si schierò apertamente con i sudisti cattolici.
Un regno che era, non dimentichiamolo, il più antico d’Europa con quasi mille e seicento anni di storia e che non aveva mai dichiarato guerra a nessuno Stato, dunque, fu un atto di prepotenza internazionale con la complicità degli altri governi anti-cattolici.
Quella fatidica giornata è stata raccontata non solo dai giornali vicino alle posizioni del Papa, ma anche da corrispondenti di giornali stranieri e dalle note dei diplomatici presenti ancora in città.
C’è anche una corrispondenza assai interessante di quel giorno dalle pagine del giornale La Nazione di Firenze, ancora per poco, capitale del Regno, considerato un foglio governativo, ma che non esitò a criticare il modo in cui si svolsero i fatti romani, tra violenze, prevaricazioni e furti.
Tutte queste testimonianze erano pressoché uguali e questo ha permesso agli storici una ricostruzione assai fedele della fatidica giornata di centoquarantasette anni fa.
In tutte le testimonianze, anche le più anticlericali del tempo, emerge la nobile figura di Pio IX e della sua fermezza nel ribadire l’affronto dei piemontesi e la carità verso una città martoriata dai liberatori.
Attraverso queste documentazioni si possono ricostruire ora per ora il susseguirsi degli avvenimenti.
Alle 5 ed un quarto del mattino del 20 settembre cominciarono i primi bombardamenti che non erano più intimidatori, ma presagio di guerra.
Cominciarono ad essere colpite le mura di Porta Pia, di Porta Maggiore, quelle della via Salaria, di San Giovanni e di San Pancrazio.
Ormai era chiaro che di lì a poco Roma sarebbe caduta e nei palazzi vaticani si respirava aria di profondo dolore, ma non di smarrimento o di caos. Tutto era stranamente calmo, e la giornata apparentemente scorreva tranquilla.
Infatti, nonostante i primi rombi di cannone, tutti i membri del corpo diplomatico si presentarono come al solito in alta uniforme alla messa del papa delle 7.30 ed alla fine della celebrazione, Pio IX li accolse nella sua biblioteca privata per ringraziarli della loro presenza nonostante la giornata così particolare.
Con voce ferma, ma commossa, parlò ovviamente di cosa stava succedendo, denunciando quante lettere aveva scritto al “devoto” re Vittorio Emanuele, senza ricevere risposta alcuna. Riferì in particolare del generale Nino Bixio che aveva giurato di occupare Roma e di gettare nel Tevere il Papa con tutta la sua corte, ironizzando che: “In inverno sarebbe stato poco piacevole, in estate sarebbe forse un’altra cosa”.
(Nino Bixio non portò ovviamente a termine il suo giuramento, ma morì di colera appena tre anni dopo, mentre viaggiava verso le Indie, ed il suo corpo, sepolto nella sabbia, fu fatto poi a brandelli dalle tribù locali. ndr)
Con un velo di amarezza e di leggero sarcasmo, il Papa aggiunse di come cambiano i tempi e gli uomini:” Ieri nel ritorno dalla Scala Santa – raccontava - ho visto le tante bandiere che hanno messo in Roma per proteggersi. Ve n’erano inglesi, americane, tedesche ed anche turche. Il principe Doria ne ha messa una inglese, non so perché. Quando ritornai da Gaeta, vidi ancora sul mio passaggio molte bandiere che erano state poste in mio onore. Oggi è differente; non le hanno messe per me – poi con amarezza aggiunse - Non è il fior fiore della società che accompagna quegl’Italiani che attaccano il Padre dei cattolici”.
Terminato il discorso con le lacrime agli occhi, ordinò al suo segretario di Stato, il Cardinale Antonelli, di capitolare per non spargere sangue innocente, ribadendo però, accomiatatosi dai diplomatici, che: ”Voi mi siete testimoni, Signori, che lo straniero non entra qui che con la forza; e che se egli sforza la mia porta, lo fa rompendola; ciò basta, il mondo lo saprà, e la storia lo dirà un giorno, a discolpa dei Romani miei figli, non vi parlo di me, o Signori, non è per me ch’io piango, ma sopra quei poveri figli che sono venuti a difendermi come loro padre”.
Con atto unilaterale sciolse poi il suo esercito e con il generale Kanzler, allora capo di stato maggiore pontificio, organizzò la resa ai piemontesi.
Intanto in città i combattimenti proseguivano.
I soldati pontifici e i volontari romani e stranieri non lasciarono subito le loro postazioni, anche se era evidente che la battaglia per Roma era perduta, destando sorpresa nell’esercito italiano che invece si aspettava una possibile insurrezione popolare, agevolando di fatto, anche a livello internazionale, la loro entrata.
Alle ore nove con una decina di cannoni e centinaia di colpi fu aperta finalmente una breccia presso le mura vicino a Porta Pia, ma l’entrata non fu immediata.
Un drappello di zuavi al grido di “Viva Pio IX” fece scudo con i propri corpi e rispose con vecchi fucili all’avanzata dei bersaglieri protetti dai cannoni.
Fu allora che Cadorna decise l’assalto finale alla città.
Sono momenti convulsi: i pontifici vogliono ancora combattere, ma l’ordine categorico è di arrendersi. Viene allora issata la bandiera bianca sulla breccia e su altri punti strategici di Roma, compresa la cupola di San Pietro.
Ciononostante, il distaccamento piemontese, contro ogni norma militare, invadeva Roma senza ascoltare le ragioni della resa degli sconfitti.
Chi rimase deluso fu ancora una volta Nino Bixio che trovò una inaspettata resistenza a Porta Portese ritardando di molto la sua entrata trionfale nella città.
Nonostante la resa incondizionata dei resistenti, l’eroe Bixio continuò a bombardare le postazioni per altri venti minuti dopo la resa, facendo anche vittime tra la popolazione.
La città intanto non si riempiva solo di soldati italiani, ma anche, come evidenziò il giornale La Nazione di Firenze, da migliaia di persone poco raccomandabili provenienti da altre regioni che avevano aspettato il momento giusto, in collaborazione con l’esercito italiano, per entrare nella roccaforte pontificia e acclamare il Re Vittorio II al posto dei romani.
Personaggi che, tra l’altro, si abbandonarono a scelleratezze verso la cittadinanza in un tripudio, come scrisse il giornale fiorentino, di violenze anche gratuite verso chi aveva servito il Papa.
Alla richiesta di aiuto per ciò che stava accadendo il generale Cadorna rispose in modo sprezzante:” Lasciate che il popolo si sfoghi!”, ben sapendo che nella stragrande maggioranza non erano assolutamente romani.
L’invito del generale fu accolto da questa gente con entusiasmo, tanto che alcuni dei più facinorosi, essendo ormai la Città Leonina, la futura Città del Vaticano, indifesa, cercarono di entrare addirittura all’interno della basilica di San Pietro, ma trovarono le grandi porte chiuse e sfogarono la loro rabbia davanti al colonnato, sbeffeggiando la figura del Papa e non esitando a giustiziare qualche zuavo ancora in circolazione.
Davanti al pericolo che la situazione potesse degenerare, il Cardinale Antonelli invocò personalmente secondo i trattati internazionali, l’aiuto dell’esercito italiano che approfittò per occupare il quartiere Borgo fino alle porte della basilica e anche Castel Sant’Angelo.
Il Papa a quel punto era prigioniero nel proprio palazzo, una detenzione che durerà sessant’anni fino ai Patti lateranensi sanciti l’11 febbraio del 1929.

Stampa

Italian Media s.r.l. - via del Babuino 107, Roma, c.a.p. 00187, p.IVA 09099241003, edita il settimanale Italiani con registrazione al Tribunale di Roma n. 158/2013 del 25.06.2013 - email: info@italianmedia.eu

NOTA! Questo sito utilizza i cookie e tecnologie simili.
Questo sito usa i cookie per migliorare la tua esperienza d'uso e usa cookie di terze parti. Proseguendo nella navigazione si presta implicitamente il consenso all’utilizzo di questi strumenti. Si rimanda alla nostra privacy policy per maggiori informazioni e per la possibilità di negare il consenso.