Vigneto Rocca del Drago. Fonte: Pixabay

Il manuale ampelografico della biodiversità italiana

Guida ai Vitigni d’Italia
di Giuseppe Bellavia

Pablo Neruda ha scritto nella sua Ode al Vino:
vino, stellato figlio
della terra, vino, liscio
come una spada d’oro,
morbido come
un disordinato velluto,
vinoinchiocciolato
e sospeso,
amoroso, marino,
non sei mai entrato in una sola coppa …”


Il poeta cileno ha utilizzato una metafora che descrive l’impossibilità di realizzare un discorso esaustivo sul vino. Quest’ultimo, difatti, essendo materia vivente si evolve e sviluppa in modalità che non ne rendono cristallizabile la conoscenza. A distanza di pochi anni il mondo del vino viene costantemente sconvolto da rivoluzioni tecniche, scoperte, espansioni territoriali e ritorni alle origini.
Ma se tanti sono stati gli sforzi per contenere la storia di questo imponente segno di civiltà, solo alcuni sono riusciti a produrre opere in grado di assistere la curiosità dei più “assetati”.
Il libro, recentemente aggiornato, Vitigni d’Italiastoria e caratteristiche di 700 varietà autoctone edito da Slow Food Editore (www.slowfood.it), ha centrato il segno. Raccontando un Paese con una varietà ampelografica sconfinata, con microclimi e terroir unici che hanno dato vita ad una millenaria interazione della vite con i suoi allevatori. Già il poeta romano Publio Virgilio Marone nelle Georgiche si avventurava nei meandri della coltivazione dell’uva e della classificazione dei suoi frutti, dimostrandone l’importanza già nella seconda metà del I sec. a.c.

Vitigni d’Italia - fonte Slow Food Editore

Il libro permette, attraverso le sue schede dedicate ai singoli vitigni “autoctoni”, di apprezzarne le caratteristiche storiche, fisiche e la sua traduzione in vino.
Naturalmente il riferimento a vitigni autoctoni (dal greco: nativo del luogo) è meramente esemplificativo, dato che, come noto, le viti hanno subito migrazioni notevoli nel corso dei secoli, rendendo ardua l’identificazione del territorio reale d'origine. In principio pare che siano stati i Fenici e poi i Greci a diffondere la coltivazione della vite sulle coste del Mediterraneo portando con sé le barbatelle dalla regione caucasica. Poi fu la volta dei Romani che ne completarono la propagazione nell’Europa continentale (“vecchio mondo”).
In verità il termine vitigni autoctoni permette di distinguerli dai vitigni internazionali (tendenzialmente di origine francese) diffusi su tutto il pianeta.
Centinai di vitigni minori, storici ma poco conosciuti fuori dai ristretti confini di provenienza, hanno visto le luci della ribalta grazie alla Guida. A seguito delle ricerche prodromiche alla redazione del libro sono state iscritte nel Registro Nazionale delle Varietà di Vite circa 140 nuove varietà che sono adesso disponibili per la vinificazione. In Italia le uve non presenti nel registro suddetto non possono essere vinificate e commercializzate.
L’estenuante ricerca ha ribadito l’ampiezza smisurata del ventaglio della biodiversità italiana e la sua riscoperta, a seguito dell’oblio forzato dalla globalizzazione.
Un libro da scoprire e consultare, anche dai più esperti, per approfondire le varietà italiane più conosciute e conoscere le meno note. Slow Food ha con questo testo confermato l’intento di diffondere attivamente la cultura del vino, fuori dalle logiche commerciali verso una rinascita dell’agricoltura tradizionale dimenticata e sostenibile.

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