La distruzione dell'Impero romano, di Thomas Cole. Dipinto allegorico (ispirato molto probabilmente al sacco di Roma dei Vandali del 455), quarto della serie "Il corso dell'Impero" del 1836, oggi a New York, presso l'Historical Society, di Thomas Cole, Wikipedia

Tasse e immigrazione portarono alla fine dell'impero romano

Quando la storia si ripete
di Antonello Cannarozzo

La cosiddetta intellighenzia francese, per circa due anni, ha fatto delle vere e proprie barricate contro un libro scritto da Michel De Jaeghere, da razzista, omofobo, reazionario, insomma un tipo da tenere alla larga dai salotti politicamente corretti.
Lo scrittore sotto accusa è semplicemente un giornalista e scrittore amante della ricerca e degli studi, cosa avrà mai scritto allora per suscitare tante critiche?
Null'altro che una tesi, con dovizia di documenti alla mano, che apre nuove prospettive per comprendere il collasso del più potente impero della storia, quello di Roma, tra tasse, denatalità, nuovi costumi e una immigrazione disordinata.
Temi scottanti, come vedremo, anche per i nostri tempi.
Il libro di oltre 600 pagine, si intitola per l'edizione italiana, "Gli ultimi giorni dell' Impero Romano" pubblicato per la casa editrice Goriziana.
Leggendo le tesi del libro ci si accorgerà che ciò che ha portato al crollo di Roma, anche se non certo del suo ideale, potrebbe succedere anche a noi europei rei di distruggere tra non molto la nostra civiltà non avendo più la forza ed il coraggio di difendere le nostre idee proprio come avvenne nella Roma dei Cesari quando le virtù stoiche fondanti come la pietas, la fidelitas e la res publica, vennero meno.
Tra le varie cause esposte dallo storico è interessante leggere la critica alla tesi, ormai tramontata da tempo, di Edward Gibbon sulle "colpe" dei cristiani nelle tragiche vicende della città.
Il cristianesimo
Se poteva andare bene per l'ideologia marxista o per i nostalgici di un ipotetico neo paganesimo, oggi non è più plausibile.
Non fu il cristianesimo a attaccare l'Impero Romano, esso era minoritario e tale rimase a lungo anche dopo Costantino, ma fu la Roma politica a decretare la sua stessa fine in un lento, ma inesorabile abbandono dei suoi ideali.
Nella città, un tempo imperiale, alla sua caduta non abitavano che appena ventimila persone, mentre appena un secolo prima aveva ancora un milione di abitanti e già al tempo di Costantino le antiche famiglie aristocratiche erano praticamente scomparse, l'unica rimasta ancora all'epoca era quella della la gens Acilia, non a caso cristiana.
Quando la supremazia romana cessò ufficialmente nel V secolo con Romolo Augusto, i cristiani nell'impero d'Occidente non erano neanche il dieci per cento della popolazione, eppure proprio tra loro abbiamo valorosi generali in difesa di Roma come Ezio e Stilicone insieme ad intere legioni.
Mentre nella pars Orientis dell'impero bizantino erano in grande maggioranza e se Bisanzio riuscì a sopravvivere altri mille anni fu grazie a coloro che combattevano per difenderla ed erano tutti cristiani.
Risolto dall'autore l'annoso problema delle "colpe cristiane", il problema affrontato da Michel De Jaeghere sulla crisi di Roma è certamente complesso e fonte per noi moderni di serie riflessioni.
I nuovi costumi
Già nel II secolo d.C., maturarono i prodromi della decadenza attraverso un diffuso edonismo importato da una Grecia, ormai in declino, che ben presto coinvolse tutte le classi sociali.
Con i costumi ellenistici, condannati da sempre dal severo popolo romano nella sua lunga storia, si diffusero oltre la cultura anche la contraccezione, il concubinaggio, il divorzio e l'aborto. Quest'ultimo, intorno all'anno 100 d.C., aveva raggiunto livelli insostenibili e, da estremo rimedio per gravidanze indesiderate, era diventato come un normale contraccettivo.
Così i figli, la prima ricchezza dello Stato, oltre che della famiglia, erano considerati un una vera palla al piede.
Con questi presupposti la situazione divenne sempre più critica.
La crisi economica
Con manovre che oggi diremo di austerity, lo Stato per far fronte al mancato introito dovuto alla spesa sempre più elevata e alla denatalità che impoveriva la manodopera, fece la cosa più facile aumentando le tasse, solo che a pagarle era appena la metà della popolazione, l'altra, schiavi o servi, non pagavano le tasse e cosa ancora più grave per la stabilità dello Stato non potevano prestare servizio militare, fondamentale per tenere in piedi l'impero, creando di fatto un malessere sociale.
I legionari, per fare un esempio tra i tanti, tornati a casa dopo anni di leva, mal si adattavano, con una economia in crisi, a una condizione di lavoratori che quanto a profitto li metteva a livelli quasi servili.
Così andavano a ingrossare la plebe urbana, cui panem et circenses gratuiti non mancavano.
Durante gli ultimi secoli dell’Impero duecentomila pater familias avevano diritto ad avere il cibo gratuitamente, disoccupati o meno, e i cittadini romani che lavoravano, ovviamente esclusi i militari, avevano centottanta giorni di vacanza all’anno, accompagnati da spettacoli e feste.
Di questa decadenza gli scrittori e i filosofi romani avevano iniziato a lamentarsi già all’epoca di Gesù Cristo, ben quattrocento anni prima del crollo dell' Impero, in periodo storico in cui Roma ancora vinceva tutte le sue battaglie.
In breve tutto questo portò al collasso che si cercò di risolvere con una forte immigrazione da tutto l'impero per ovviare ai lavori che i romani del tempo non volevano più fare.
L'immigrazione
Proprio come ai giorni nostri, senza un vero progetto per governare l'accoglienza e l'integrazione.
In questa situazione di caos sociale ed economico, i censori dovevano constatare di anno in anno che di gente da tassare e da inviare per difendere il limes ce n'era sempre meno.
Le statistiche sulle campagne ci dicono che il trenta per cento degli insediamenti agricoli, in alcuni posti anche del 50 per cento, furono praticamente abbandonati specialmente negli ultimi due secoli dell’Impero, non perché non fossero ancora redditizi, ma semplicemente perché non c’è più nessuno per coltivare la terra.
Lo spopolamento
Le regioni di confine divennero spesso terre desolate con pochi abitanti e ciò divenne pericoloso in seguito perché non c'erano più valide difese militari; una tentazione fortissima per i barbari che si avvicinavano sempre più minacciosi alle frontiere.
Vista la gravità del momento, si pensò di trattare con loro e di arruolarli ammettendoli ai benefici della civiltà romana.
In questo modo, si pensava, che avrebbero difeso le frontiere.
La decisione di reclutare gli immigrati per l’esercito concedendo loro rapidamente la cittadinanza romana di fatto snaturava le legioni, una scelta questa che in breve si rivelerà suicida.
Intere legioni composte da barbari non tardarono a chiedersi perché dovevano obbedire ai generali romani e non ai loro capinaturali difendendo un territorio che non era il loro.
Il malumore era ormai crescente.
Le invasioni
Si dimentica, suggerisce De Jaeghere, che la più grande invasione non è avvenuta per conquista, ma per immigrazione e fa l'esempio di Alarico e dei suoi ventimila visigoti che invadono l'impero.
Un’invasione, se così possiamo definirla per il suo esiguo numero di uomini, che nasce ancora dalla politica che facilitava l'immigrazione delle popolazioni germaniche con incentivi e facilitazioni per risolvere il problema della denatalità, portando in appena in trentacinque anni, dal 376 al 411, nell'impero un milione di immigrati.
Ma, allora come oggi, questa gente che arrivava in Europa, specialmente a Roma in cerca di sicurezza, fuggiva a sua volta dalla pressione degli Unni venuti dall’Asia Centrale, una delle cause che accentuò la caduta di Roma sulle quali neanche l'impero poteva intervenire facilmente.
Ciò che sconvolge del suicidio culturale e politico di Roma, è che all'inizio del V secolo d.C. l’esercito romano non è nè piccolo nè tanto meno disarmato, anzi, rispetto ai tempi di Augusto si è passati da 240.000 uomini a oltre mezzo milione di uomini in armi, ma il problema è che più della metà sono immigrati di origine germanica che, pur dichiararti sbrigativamente cittadini romani non cambiarono per nulla la loro mentalità e voglia di affrancamento dai romani.
Il rinnovo della cultura
In compenso per De Jaeghere i barbari che occuparono l'Impero non avevano una "cultura forte" e riconobbero quasi subito la superiorità di quella romana. Furono proprio loro, infatti, che ne conservarono la nostalgia e, furono ancora loro a ripristinare l'Impero con il concetto di Sacro e Romano quattro secoli dopo.
Si può dire lo stesso degli odierni immigrati islamici o cinesi, è la riflessione nel libro, i quali pensano che la «cultura superiore» sia la loro?
Il dibattito francese è divenuto prontamente politico, perché le vicende finali dell’Impero romano ricordano da vicino quelle di un’altra civiltà che sta morendo, la nostra.
Diceva l'economista e storico inglese Arnold Toynbee, in merito alla fine di una civiltà: "Il suicidio: quando nessuno crede più all'idea che l'aveva edificata".

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