Michael Cimino, Lione Serata d’apertura Festival Lumiere - Omaggio a Faye Dunaway /Abbas Kiarostami par Marion Stalens, Eye Steel Film, Creative Commons Attribution 2.0 Generic

Doppio lutto per il cinema mondiale

Cimino-Kiarostami: così lontani così vicini
di Lorenza Rallo

Prima Micheal Cimino, poi Abbas Kiarostami: a distanza di due giorni l’uno dall’altro, il mondo  del cinema piange la scomparsa di due grandi registi. Da Il cacciatore (The Deer Hunter, 1978) a Close-Up (Nema-ye nazdik, 1990), da I cancelli del cielo (Heaven's Gate, 1980) a Il sapore della ciliegia (Tam-e gilas, 1997), sono solo alcuni titoli dei capolavori indiscussi realizzati rispettivamente dai due registi, che a distanza di anni ci fanno battere ancora il cuore.
Cimino, nato a New York ma con origini italiane evidenti dal cognome, ha esordito all’interno della rosa dei registi appartenenti ad una nuova corrente degli anni Settanta, la Nuova Hollywood. Un periodo cruciale per la settima arte, che sancisce la rinascita del cinema americano attingendo alle opere dei grandi autori della Nouvelle Vague.
Libero di sperimentare, mette a punto la sua prima opera Una calibro 20 per uno specialista (Thunderbolt and Lightfoot, 1974) dove si intravede già la sua aura visionaria e un cinema sperimentale. Un processo di evoluzione che raggiunge il culmine con Il cacciatore, ambientato durante la guerra del Vietnam, che celebra la maturità artistica del regista e grazie al quale si aggiudica numerosi riconoscimenti, tra cui 5 premi Oscar. Il film vanta un cast d’eccezione, da Robert De Niro a Meryl Streep fino a Christopher Walken, ed è considerato un capolavoro su scala mondiale. Non si può dire lo stesso per il controverso I cancelli del cielo, che in passato ha ricevuto molti pareri negativi ed è stato considerato la causa del fallimento della United Artist. Solo negli ultimi anni il film è stato rivalutato dalla critica, soprattutto dopo il recente restauro della pellicola proiettata al Festival di Venezia del 2012.
La carriera di Cimino è stata sempre caratterizzata da alti e bassi, il suo stile spazia in diversi generi, dal melò al thriller, fino al cinema di guerra. Se ne Il cacciatore non perde mai di vista il suo unico obiettivo, ossia svegliare la nazione dall’illusione e metterla di fronte alla crudeltà di conflitti assurdi, ne L’anno del dragone (The Year of the Dragon, 1984) viene persino tacciato di razzismo.
Se Cimino è considerato un regista rivoluzionario e visionario della Nuova Hollywood, dall’altra parte del mondo si sviluppa il genio realista di Kiarostami. In Iran, nella situazione di incertezza in cui versava il cinema nazionale degli anni Settanta, brillava una stella che sapeva raccontare la vita in modo semplice. La trilogia composta da Dov’è la casa del mio amico (Khane-ye doust kodjast?, 1987), E la vita continua (Zendegi va digar hich, 1991) e Sotto gli ulivi (Zire derakhatan zeyton, 1994), rappresenta l’opera omnia del regista. In Dov’è la casa del mio amico, si raccontano le vicende di un bambino che va alla ricerca di un suo compagno in un villaggio vicino, la storia continua nel E la vita continua, dove un regista e suo figlio vanno alla ricerca del protagonista del film precedente nella speranza che questi sia sopravvissuto al terremoto del 1991, mentre l’ultimo capitolo Sotto gli ulivi, è incentrato sulle vicende della troupe che sta girando E la vita continua. I tre film rappresentano il fil rouge di un progetto di cinema nel cinema.
Kiarostami si è sempre distinto per la semplicità con la quale fa un uso sapiente della macchina da presa, con cui non si limita a raccontare solo gli orrori del terremoto e della guerra, ma anche argomenti proibiti come il suicidio ne Il sapore della ciliegia, che gli è valso la Palma d’oro a Cannes nel 1997.
Il regista non ha mai nascosto la sua insofferenza verso il cinema narrativo: fare cinema significa raccontare la vita così come appare in modo obiettivo, senza dramma e senza fronzoli. Si schiera sempre dalla parte dello spettatore e lo rende partecipe. Un concetto in auge sin dagli albori del cinema, sul quale si fonda il ben noto L’uomo con la macchina da presa di Vertov, di cui Kiarostami può essere considerato un degno erede.
Così diversi ma così vicini, Cimino e Kiarostami, spesso criticati per le scelte private e politiche, rappresentano due facce della stessa medaglia. Entrambi, pur realizzando film apparentemente diversi, hanno mostrato gli effetti della guerra e hanno lasciato uno sguardo unico e irripetibile sul proprio paese, raccontandone gioie e dolori, e con le loro opere hanno arricchito il panorama cinematografico di gioielli preziosi.

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