Juliette Pearce

Artista emergente Franco-Sudafricana

Un tè con Juliette Pearce
di Giuseppe Bellavia
leggi in [eng]

Juliette Pearce è una giovane artista Franco-Sudafricana, che attualmente vive e lavora in Italia. L’abbiamo incontrata per un tè nel centro di Firenze, per farci raccontare il suo stile, le sue idee e le sue passioni.
Quando hai capito che volevi diventare una pittrice?

Credo di aver sempre saputo di voler diventare un’artista. All’età di 5 anni mio padre mi regalò un set di colori a tempera e dei cartoncini grandi quasi come me. Eravamo in Sud Africa a trovare  mia nonna e dipinsi una serie di disegni raffiguranti case, fiori e un sole raggiante dai colori molto accesi. Ho rivisto recentemente questi dipinti che mi zio ha appeso nel suo studio legale a Durban.
Quali sono stati i primi artisti che ti hanno ispirato?

Uno degli artisti che mi ha maggiormente ispirato, da che mi ricordi, è stato Pablo Picasso. È stata una relazione sentimentale costante perché la produzione dell’artista, essendo particolarmente variegata, mi ha portato a legarmi a differenti periodi artistici in determinate fasi della mia vita. Ammiro la sua capacità di mettere tutto in discussione e ricostruirlo da capo. Inoltre, lo sento vicino al mio cuore dato che i miei genitori risiedono a Mougins, dove l’artista visse e morì. Passeggio spesso fino alla Cappella di Notre Dame de Vie dietro la sua casa e sbircio nel suo giardino dalle recinzioni, è uno dei luoghi in cui preferisco riflettere.
Ci sono poi stati 2 poster che hanno seguito i miei spostamenti mentre crescevo: “Parigi dalla finestra” di Chagall e “La Danseuse Créole” di Matisse. Per me vi è qualcosa di equilibrato e confortante in queste due opere. I miei genitori hanno avuto un ruolo primario nella mia educazione artistica, perché trascinavano me ed i miei fratelli ad ogni museo possibile ed immaginabile. Siamo inoltre cresciuti con gli Impressionisti e scorgerli nei musei è come rivedere un vecchio amico. David Hockney è, invece, una delle mie fonti di ispirazione per il mio lavoro attuale. Come per Picasso, non ammiro esclusivamente le sue opere bensì il suo modo di vedere le cose. Hockney ha sempre giocato con le relazioni e le possibilità tra fotografia e pittura. Concetti che mi affascinano molto. Ed Ruscha, Edward Hopper, Dexter Dalwood hanno di certo avuto un’influenza intensa e mi sono recentemente appassionata ai dipinti di John Tierney e Jeffrey Smart, così come ai fotografi del calibro di Todd Hido.
Qual’è il concept su cui verte il tuo personalissimo stile?

I dipinti sono basati su fotografie di luoghi in cui sono stata. Sono generalmente luoghi progettati per l’utilizzo umano, ma senza alcuna presenza umana. Le opere descrivono i momenti transitori tra le azioni delle persone, quando gli spazi sembrano quasi essere in uno stato di riposo. Una sensazione di anticipazione riempie la vacuità. Si avverte l’artificialità, i colori accesi, acidi e molto saturi, emanano luci ambigue. Il punto di vista proposto è certamente voyeuristico. L’ironia nasce dal fatto che l’osservatore partecipa a scene prive di presenza umana. Questi dipinti nascono e vengono creati a partire dalle fotografie. La quantità di informazione visiva proposta, permette ai dipinti di divenire generici, luoghi universali.
Potresti descrivere brevemente il tuo progetto artistico e la sua evoluzione?
Inizialmente è nato dai film. Ero affascinata dalla struttura e composizione dei set cinematografici. In alcune scene, l’azione è solo un pretesto per esibire la scenografia. Volevo celebrare questi set e concentrare l’attenzione sui luoghi in cui l’azione prende forma. Talvolta, sento che certi scenari privi di persone mi diano la scossa, specialmente quelli che non siamo abituati a vedere vuoti. La prima sensazione di questo tipo l’ho riscontrata ad una pompa di benzina di notte. La luce fluorescente e le pompe bianche luccicanti non erano più componenti di un luogo della quotidianità bensì una struttura nuova con una propria magia dove ogni azione poteva svolgersi. Così è iniziata la mia ossessione. Sulla scia di questa idea ho iniziato ad essere particolarmente interessata dai diversi tipi di luce e momenti della giornata, così come dalla geometria delle strutture che ammiravo.
Costa Azzurra o Toscana?
Domanda difficile. Sono entrambe mete molto speciali. Ritengo che per la vita di tutti i giorni sceglierei la Toscana. Ma c’è qualcosa nella luce in Costa Azzurra che non si trova in nessuna altra parte del mondo. È come se ci fosse un mezzo grado un più di luminosità e nitidezza. Posso scegliere entrambi? Posso comunque dire che non è stato affatto difficile lasciare la luce del mio vecchio studio londinese.
Secondo te, è possibile per tutti imparare ad essere creativi?

Credo che tutti possano imparare a disegnare e dipingere. Con sufficiente tempo ed esercizio costante chiunque può imparare a vedere, leggere e replicare linee e colori. La tecnica non deve essere innata.
La creatività, d’altro canto, è un discorso a parte. Non saprei come si faccia a coltivarla. La cosa migliore che abbia imparato è permettermi di notare ciò che mi da piacere. Talvolta abbiamo un’idea così precisa del tipo di estetica che ci piace e piacerebbe produrre che ci dimentichiamo di notare nuovi stimoli. Ad esempio, non avrei mai pensato che sarei diventata ossessionata dalle strutture metalliche, cavi del telefono e semafori, ma lo sono. Scorrendo alcuni vecchi disegni è stato quasi comico notare l’impegno profuso nella sedia e nella credenza nella stanza al contrario del modello. A quel tempo credevo di essere interessata dalle figure, ma i miei dipinti dicono il contrario.
Qual’è stata la tua formazione artistica e quali materiali utilizzi?

Ho frequentato la City and Guilds of London Art School. Era l’unica scuola in cui sarei voluta andare e vi ho trascorso quattro meravigliosi anni. Da allora dipingo con olio su tela.
Se dovessi abbinare il tuo stile con un vino ed un piatto, quali sarebbero?

Non credo che potrei associare un singolo vino o piatto ai dipinti considerandoli come un unicum.
Invece, a taluni dipinti potrei abbinare uno stato d’animo e quindi un tipo di vino o cibo. Nel caso della ‘Biglietteria’ e ‘Staircase’ (Scala a Chiocciola, ndt) proporrei un vino di Bolgheri con pappardelle al ragù di cinghiale, in ragione del calore e della profondità dei colori e dell’enfasi prospettica di entrambe le composizioni. Mi piace pensare che entrambi i dipinti ti trascinino al loro interno, proprio come potrebbe fare un vino profondo e complesso.
Per il dipinto che ritrae la nuova cantina degli Antinori, l’associazione con il vino non necessita di spiegazioni. Lo abbinerei immediatamente con il Vino Nobile di Montepulciano, La Braccesca. Le curve e le line della cantina di Bargino (nel chianti classico, ndr) sono ipnotiche, e certamente di più dopo uno o due wine tasting!
Completamente diverso è l’abbinamento con il cibo per ‘Lights’, basato su una fotografia scattata nella Carolina del Nord. Guidavo dalla costa a Raleigh e la strada era una linea assolutamente diritta per due ore. Ho scattato una foto dei semafori basculanti durante un sosta per un caffè infatti questo dipinto ha una gamma di colori completamente diversa. Mi ricorda un viaggio in macchina americano e nell’acidità dei colori ci vedo un pacchetto di Skittles.

www.juliettepearce.com

Galleria Fotografica

Bargino Cruise Juliette Pearce Lights Slides Stairs Tennis Tickets

Stampa

Italian Media s.r.l. - via del Babuino 107, Roma, c.a.p. 00187, p.IVA 09099241003, edita il settimanale Italiani con registrazione al Tribunale di Roma n. 158/2013 del 25.06.2013 - email: info@italianmedia.eu

NOTA! Questo sito utilizza i cookie e tecnologie simili.
Questo sito usa i cookie per migliorare la tua esperienza d'uso e usa cookie di terze parti. Proseguendo nella navigazione si presta implicitamente il consenso all’utilizzo di questi strumenti. Si rimanda alla nostra privacy policy per maggiori informazioni e per la possibilità di negare il consenso.